The Black Angels – Death Song

Da quando abbiamo aperto questo blog, nell’ormai lontano 2013, è la prima volta che riesco a scrivere dei Black Angels. Per uno come me che – tra le altre cose – ama la retromania fatta bene, la band texana è uno di quei riferimenti imprescindibili quando si parla della devozione alla psichedelia degli anni ’60. Dal 2004 ad oggi, Alex Maas e compagnia hanno esplorato e dissezionato ogni sfaccettatura dell’immensa eredità lasciata da gente come 13th Floors Elevators, Velvet Underground e perché no anche i Doors. Il loro quinto album, Death Song (il primo per la Partisan Records), si colloca in questo magico solco ma ci dice anche qualcosa in più sullo stato attuale della neopsichedelia del Sud.

Scritto e registrato – tra Seattle e la natia Austin – durante le recenti elezioni americane, Death Song è essenzialmente una radiografia della pessima esperienza che l’incredibile corsa elettorale ha rappresentato per tutti, al di là di come sia poi finita. Un’oscura e cinica riflessione sull’era Trump che fin dal primo singolo Currency si manifesta diretta e senza sconti. In questo notevole pezzo stoner-rock, la band tira in ballo il ruolo dominante del sistema monetario USA nella vita di tutti i giorni, paventando una fine inevitabile quanto apocalittica (“One day this will be over, one day you will be gone”).

In realtà questo è più che altro uno spunto per andare oltre, verso una critica storico-politica del Paese, come nella feroce Comanche Moon – cantata dalla prospettiva dei Nativi Americani – un acido space-stoner che focalizza l’attenzione sulla questione del Dakota Access Pipeline (“They’ve stolen the land we’ve been rooming”“I swear it’s the end of the line”). Ma è anche il punto di partenza per capire cosa sia rimasto sul terreno, quali siano i cocci che dovremo raccogliere. I’d Kill For Her – piena di fuzz e organo Hammond – è appunto una provocazione, una sorta di farsa che finge di ritrarre in astratto la relazione che intercorre tra amore, bellezza e paura, mentre in realtà si concentra sulla violenza reale che da quest’ultima si genera: “I will not kill for her again” non si riferisce ad una donna generica ma all’America stessa, che evidentemente ha tradito il suo sogno ed i suoi stessi figli.

I Black Angels, ora nella formazione a cinque con l’ingresso definitivo di Jake Garcia, danno a vita a loro modo ad un album politico e di protesta, riuscendo a cogliere il massimo dal clima di divisione ansietà ed agitazione che attraversa la loro terra. Una buona parte di merito è da ascrivere al produttore Phil Ek (che ha già lavorato con Father John Misty, Fleet Foxes e The Shins) che incanala tutte queste ispirazioni, assieme al classico sound del gruppo, lungo le spirali tentacolari di Grab As Much (As You Can) o nel mezzo delle atmosfere cupe della labirintica I Dreamt. Sono questi alcuni dei momenti di massimo splendore, nei quali la tradizionale inclinazione verso i Velvet – ora chiudono finalmente il cerchio con quella The Black Angel’s Death Song da cui tutto era cominciato – si unisce in matrimonio con la sapienza musicale e l’abilità strumentale di Estimate – ballata psych-folk, un po’ western un po’ Brian Jonestown Massacre – tanto quanto con la ricercatezza di un momento addirittura ballabile come Medicine, dove le tastiere godono quasi degli stessi privilegi della chitarra di Christian Bland.

Il precedente Indigo Meadow aveva esplorato nuove soluzioni per vecchie questioni, finendo col dividere i fan sulle scelte un po’ mainstream della band. Personalmente avevo molto gradito il risultato, ma il valore aggiunto che abbiamo in Death Song è quello di un gruppo ancora alla ricerca di risposte, che aggiunge un’ulteriore dimensione al suo status già consolidato. Da un lato, momenti personali come il lento incedere ipnotico della magnifica Half Believing avvolgono l’ascoltatore in un mood trasognante, mentre i cinque scavano a fondo nella natura confusa della devozione (“It’s like my spell on you it’s useless”). Dall’altro troviamo le allucinazioni di Death March – brano che dà il nome al grandioso tour che i Black Angels porteranno in giro per il mondo – che al di là di un leggero ammiccamento ai Jefferson Airplane affascina per la sua incompiutezza ed il suo manierismo perfetto, ben oltre il debole garage-noise di Hunt Me Down.

Come fosse una summa della loro carriera, in questo durissimo LP i Black Angels mettono tutto quello che hanno imparato, e confezionano un finale clamoroso con Life Song ...continua su Vinylistics

(www.sherwood.it)

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