Baustelle e Pietro Berselli live @Sherwood Festival

I Baustelle lasciano il palco. Sono le 24 dell’otto luglio e la scritta col loro nome continua ad accendersi ad intermittenza colorando di rosso lo spazio e lanciando speranza sul fiume umano. Bianconi ha detto di andare a fare l’amore “in auto o sulle auto” e in un’estate così calda ha senso: sudati lo si è già, tanto vale celebrare il movimento pelvico.

Divido gli ascoltatori della band toscana in due grandi gruppi: quelli che sentono la vita, la sua urgenza e la vivono concretamente, e chi invece dice solo di farlo, si fregia di apparenza ed è stemperato. È il continuo contrasto fra sostanza e brillantini, ed è interessante vista la tensione prodotta a suo modo ha un effetto positivo: capire chi vale la pena conoscere e con cui continuare ad andare ai loro concerti. Rappresenta l’incipit della scelta, l’inizio di ogni possibilità di sperimentare con il flusso del proprio dàimon socratico.

Il baustelliano parlare di vita e morte, di sesso/sensualità e pulsioni, amori e passioni fa perno su un immaginario prettamente anni Sessanta ma, andando oltre le pose e il facile riferimento vintage, calano la penna e i suoni dentro un decennio storico in cui la vita era attaccata alla realtà tangibile, viso a viso. Artisticamente sono una sana scopata (perdonate il francesismo) immersa in un universo di senso e cognizione, sono consapevolezza della propria natura, ed è per questo che parlano a molti: vanno oltre il mero atto fisico per caricarlo di significati profondi e al contempo toccabili con mano. Sta poi a chi ascolta seguire l’ispirazione oppure crogiolarcisi dentro.

Bisognava osservare Bianconi muovere il microfono come un cantante del festival della canzone popolare quando codesto era ancora un evento di gala, e Rachele lasciarsi andare nei lampi scaturiti dalla batteria, lo spettacolo pirotecnico del fine d’una festa paesana. Lei era libera e lui composto.

Il gruppo di Montepulciano era aperto dalla band di Pietro Berselli, artisti padovani dediti ad una forma di cantautorato altamente evocativa e dalla robusta struttura. Un’opera davvero prima (il disco d’esordio si chiama Orfeo L’ha Fatto Apposta) eseguita con cura e valore per le parole cantate: da sempre la parte migliore di Pietro sono i testi, i quali possono avere diversi arrangiamenti mantenendo intatta la forza, dimostrando che anche tempi approssimativi come i suddetti hanno grazia innata.

Una volta terminato Berselli, I Baustelle hanno iniziato con il Vangelo di Giovanni dando ampio spazio all’ultimo Lp, l’Amore e la Violenza, performando Amanda Lear e Betty, le quali potrebbero avere avuto un tono più deciso e sostenuto come da disco. Sono susseguite Eurofestival e, dopo qualche altro brano, La Vita, definendo il ritmo leggero e brioso dell’interno live. Gli episodi degni di maggiore nota sono stati la profonda emotività dedicata all’interpretazione di Piangi Roma, lungo cui il lato fragile dell’autorialità si è mostrato in tutta la sua fresca luce, e la versione inedita di Bruci La Città, scritta per Irene Grandi, qui in una manifestazione priva di batteria e ricca di piano, con la voce a fare le veci della parte strumentale, ispessendo una resa mai flebile. Strana considerazione quella per cui il Bianconi più sincero stia dietro la creatività destinata ad altri.

La canzone è sempre stata composta da frammenti di me e di te (una persona generica) senza pressioni bensì svogliatezza e sussulti: forma autentica di libertà. Stilisticamente e semanticamente, Bianconi cerca la complessità nella sua semplicità, e Rachele il contrario: la semplicità nella sua complessità. Il motivo della loro complementarietà. I due approcci si incontrano in un passo di Bruci La Città, dove si dice: “io non ho niente da fare / questo è quello che so fare”; quando siamo liberi da schemi e tutto è decostruito, quando non c’è niente da perdere, là vengono fuori le migliori opportunità. Sono persone che “non hanno niente da fare”, e se ne trova traccia anche ne La Vita: “pensare che la vita è una sciocchezza aiuta a vivere”.

Rachele dal canto suo è un tributo alla complessità della solitudine. E la sola che potrebbe continuare in solo una carriera per altro già ben avvita con l’ep Marie. Bianconi lo vedi troppo legato e necessario alla struttura e alla logica della banda, del grande show concertistico.

Chiudendo gli ultimi tiri di tabacco, sorsi di Negroni e parole vagheggiate nella notte di un sabato qualunque, disperso nel cosmo desolato dei reflussi della periferia cittadina, i Baustelle sono stati la sicurezza che c’è ancora grazia e speranza in questo mondo maledetto, lasciato alla sua irrefrenabile e adolescenziale corsa allo schianto (come in Betty). Uno spettacolo musicale di pregevole identità Klimtiana che sta solo agli spettatori assumere, abbandonando vetuste ritrosie allo sperimentare.

(www.sherwood.it)

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