Ghali live @Sherwood Festival 2017

Ad attendere Ghali la sera dell’11 luglio c’è una flotta di giovanissimi “presi bene” che mi ricorda tantissimo chi, adolescente nella metà della prima decade 2000, faceva lo stesso con l’italo dance di Prezioso e Molella, Molinaro e Provenzano. Nel pre-show il dj set sgancia pezzi trap su cui il pubblico si muove. La prima forte impressione è che, lasciando da parte giudizi da attempati ascoltatori, i ragazz* siano felici e spensierati.

Ora, affrontiamo subito la questione: “pubblico estremamente giovane=pubblico scadente”, che di per sé è una grandissima scemenza. Quando mai si ha cosi tanto tempo da dedicare alla musica come nell’adolescenza? L’età è soggetta alle mode, vero, ma è anche quella dove, prima di tutto, si spazia fra tantissimi sound differenti per il puro piacere di farlo. Dunque questo tipo di pubblico è il termometro di quanto di più fresco e potente vi sia in giro. È qualità a suo modo e Ghali sta sopra a molti non solo sul palco.

Se poi mettiamo che i brani e i presenti sono un crocevia di etnie diverse, radunate sono la stessa passione e lo stesso suono, dentro un senso di comunità e aggregazione che di rado si vede in questi tempi di violenza verbale inerente l’integrazione, non si può non essere felici che la musica stia svolgendo una delle sue funzioni basilari: annullare false differenze, fare sentire a casa, dare calore, fiducia ed entusiasmo. Unire nelle mille sfumature che la parola può contenere. Poco dopo l’inizio del live una bandiera della Tunisia svetta sulla folla, a ribadire il concetto (Ghali ha origini tunisine).

L’artista milanese parte performando Ricchi Dentro, traccia simbolo del primo disco uscito recentemente, dal titolo Album, per nulla scontato visto il successo arrivato dopo una gavetta di anni a suon di singoli-video pubblicati su YouTube, prodotti da Charlie Charles. La nuova Milano avanza. Molti, dopo i numeri di Ninna Nanna, pezzo che ha sbancato sul Tubo e Spotify, si attendevano un primo vero lungometraggio.

Lungometraggio è il termine esatto per descrivere la scrittura dell’Lp di Ghali, un insieme di parole mai messe a caso giusto per giustificare qualche ego trip di facile presa. Le sue sono narrazioni vivide di sentimenti e percorsi rese in leggerezza per giungere a una maggioranza indefinita di persone. Dal giovane al padre, dallo skater al rocker, dal panettiere all’avvocato. La narrazione per immagini di Ghali è popolare nel senso buono del termine: includere, invogliare, inglobare gli sforzi di una vita ai margini per arrivare dove porta la propria strada. Parla di ambizione e riscatto, lontano da tutto e da tutti; “una galassia lontana lontana..” motivo per cui se non piace quantomeno incuriosisce.

Lo stile sul palco deve essere migliorato, è solo lui e centinaia di nomi di fronte, manca ancora quella presenza vocale e fisica per abbracciarli tutti, ma sarebbe ingiusto negare quanto di buono è già presente. Volendo azzardare, se mantenesse la consapevolezza di mezzi dimostrata finora, già col prossimo progetto potrebbe diventare un artista completo sotto ogni aspetto.

Il concerto prosegue fra Habibi, Marijuana, Lacrimucce, Ninna Nanna, Milano, Pizza Kebab e Boulevard. Le canzoni più sentite sono Willy Willy, Vida e Happy Days, testimoni dela cifra stilistica di Ghali, il quale invita i ragazz* a scattarsi un selfie assieme e a condividerlo istantaneamente con l’hash #stoconghali. Live segue i post e chiede per nome profilo di chi sia la pubblicazione. Dimostra di sapere comunicare a cavallo fra mondo reale e digitale, ibridando l’attività tipica del palco con quella virtuale. Poi si chiedono perché abbia successo.

Nei tempi della comunicazione web il milanese è più che al passo coi tempi: riesce a creare un engagement durante un concerto che sarà virale a posteriori, diffondendo il nome e la musica. Ciò è discutibile, ma è certamente funzionale allo scopo.

L’esibizione piace e scalda il pubblico con costanza e ritmo, fino alla fine, fino a quando non si scende dal palco e dalle stories (di Instagram).

Ricordo ancora quando Ghali uscì nel 2012 col vecchio nome Ghali Foh, assieme alla Troupe D’Elite, ex-gruppo di cui dovrebbero esserci testimonianze sul Tubo. Ricordo ancora le “buste di piscio” che puristi del rap, ora scomparsi della mappa, avrebbero voluto tirargli addosso, puntando alla persona e non a quanto creato, in una violenza verbale senza senso, ignorante il fatto che già allora si trattava di musica pop(lare), fuori da classici schemi.

Direi che quella di Ghali è una bella rivincita.

(www.sherwood.it)

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