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Un filo resistente lega gli uni agli altri i racconti di questa antologia: un’agenda rossa. Si affaccia dalla pagina declinata in diversi modi ma sempre intende ricordare quella appartenuta a Paolo Borsellino – che conteneva appunti, nomi e forse rivelazioni sulla strage di Capaci, scomparsa immediatamente dopo l’attentato mafioso del 19 luglio 1992 e mai più riapparsa.
Diversi autori, ciascuno con la propria storia, la propria sensibilità e la propria voce, riattualizzano con altrettanti racconti inediti, scritti appositamente per “L’agenda ritrovata”, il nucleo dell’impegno di Paolo Borsellino e gli interrogativi ancora aperti a ventisette anni dalla strage di via D’Amelio – la verità negata, il bisogno di giustizia, la sottrazione indebita, il mancato ritrovamento, la resistenza della politica… Ci riescono senza il bisogno della cronaca dei fatti: ci riescono inventando storie. “Uno scrittore che fa il suo dovere, sottolinea Marco Balzano nell’introduzione, “è prima di tutto uno scrittore che scrive bene e che sa consegnare agli altri una storia. Volevamo un libro vivo, completamente calato nell’oggi, senza ulteriori mitizzazioni, senza altre ipocrite santificazioni, che sono servite soltanto a collocare in un olimpo inaccessibile chi apparteneva alla collettività e solo per questa si è sacrificato. La letteratura, invece, quando è letteratura, compie sempre un’operazione di avvicinamento“.


ReadBabyRead #429 del 14 marzo 2019

Quattro storie da
AA.VV.: L’agenda ritrovata
SETTE RACCONTI PER PAOLO BORSELLINO

1.
Carlo Lucarelli
Hanno ucciso l’Uomo Ragno

(2a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Sabato 4 luglio 1992 

Gli venne in mente quella storia che girava, chissà se era vera, lui l’aveva sentita a Faenza.
Un tizio con una grossa Mercedes sta per parcheggiare in piazza quando un altro con una piccola 500 gli passa davanti e gli frega il posto. Quello della Mercedes si lamenta, “c’ero prima io”, ma quello della 500 si stringe nelle spalle. “Il mondo è dei furbi,” gli dice. Allora quello della Mercedes ci pensa un po’ su, poi scuote la testa e dice “no, il mondo è di chi ha i soldi” , ingrana la marcia e gli schiaccia il cinquino contro le colonne del porticato della piazza.
Gli venne in mente proprio perché era a Faenza, ad aspettare paziente che un 131 finisse di fare marcia indietro per liberargli il posto, quando ecco uno che arriva dall’altra parte e si infila, tutto storto, incurante della sua freccia paziente, e anche dei due colpi di clacson che gli aveva sparato dietro.”

L’agenda ritrovata. Una staffetta letteraria

Passo ogni giorno davanti a una camionetta dell’esercito dove, da mesi, due militari piantonano piazzale Loreto, mitragliatore in mano. Sono lì per la mia sicurezza, per quella dell’intero quartiere, dopo l’ennesimo fatto criminale che ha mandato in fibrillazione i quotidiani nazionali, in una eccitazione mediatica fuori controllo, pornografica, che ha trasformato via Padova, la strada dove abito, in una specie di inferno in terra. Nulla di più lontano dalla realtà, ma questa è un’altra storia. Passo davanti, dicevo, e mi accorgo ogni volta di tenere lo sguardo basso, di incassarmi nelle spalle, quasi volessi scomparire dal loro campo visivo. Non mi sento sicuro, insomma. E non c’è ragione, ovviamente. Passo e mi tornano in mente le parole di Leonardo Sciascia quando diceva che gli italiani, di fronte alle istituzioni, si sentono sempre in colpa. E vero, non è militarizzando le strade che si ha una città più sicura, come dissi al mio sindaco quando chiese al governo la presenza dell’esercito. Ci vuole cultura del territorio. Nel territorio. Resta il fatto che quei ragazzi non mi hanno fatto niente e che io non ho alcun motivo per sospettare di loro.
Poi, ogni giorno, attraverso il marciapiedi e le spalle si rilassano. Sorrido, spesso. Non perché mi sono lasciato dietro i militari, ma perché vedo un bar, uno di quelli anonimi, scialbi, non ancora glamourizzati dalla neocultura fashion food che sta imperversando in città. Sorrido perché ripenso, ogni volta che passo, a quando gli amici dell’Orablù vennero a trovarmi, in quel tardo agosto del 2016, per un caffè e un consiglio. L’Orablù è un’associazione culturale che da anni, ricchi del solo loro folle entusiasmo, hanno portato scrittori, musicisti, attori in quel di Bollate, un comune della cintura metropolitana. Un pezzo di Milano con un altro nome. La loro ospitalità è calorosa, il loro entusiasmo travolgente.
“Abbiamo avuto un’idea,” mi dissero al telefono, “vogliamo parlartene.” La mattina appresso me la stavano esponendo in quel bar sgarrupato, frequentato da extracomunitari e perdigiorno.
Il 19 luglio del 2017, mi spiegarono, sono venticinque anni dalla morte di Paolo Borsellino. Vogliamo fare qualcosa per rendere onore a lui e a Falcone, vogliamo che non si perda la memoria di un fatto così importante, di una tragedia così determinante per tutti noi. Li ascoltavo e pensavo: ecco. Ecco cos’è la cultura che nasce dal basso, ecco cos’è la società civile. Ecco cos’è la cultura del (nel) territorio.
Vogliamo commemorarlo, mi spiegarono, attraversando l’Italia da Nord a Sud, in bicicletta. Da Milano a Palermo. Vogliamo partire il 25 giugno – giorno dell’ultimo discorso pubblico di Borsellino, come poi abbiamo scoperto: le date non sono mai casuali – per giungere, dopo una estenuante ciclostaffetta, a Palermo, in via D’Amelio, il 19 luglio.
Ci porteremo dietro un’agenda rossa, la riempiremo lungo la strada di testimonianze, esortazioni, ricordi, imprecazioni. Tappa dopo tappa, paese dopo paese. E per ogni tappa, se qualcuno vorrà aiutarci (perché lo sai, soldi non ne abbiamo), vorremmo organizzare incontri, dibattiti, concerti, letture. Vorremmo consegnare nelle mani del fratello Salvatore quell’agenda rossa scomparsa durante i concitati momenti successivi alla strage. Scomparsa non per mano della mafia; ed è questa la cosa che, se è possibile, più ci addolora. (Li guardavo e pensavo: ecco l’ennesima prova di quel sospetto nei confronti delle istituzioni che mi fa camminare a testa bassa quando passo davanti ai militari in piazza.) Vorremmo idealmente risarcire la famiglia Borsellino di quel documento prezioso che l’antistato gli ha sottratto.
“Voi siete completamente pazzi,” dissi loro, bevendo una birra ghiacciata. “E un’idea assurda, complicatissima, irrealizzabile. Ci vuole un sacco di gente per organizzare una cosa del genere. Ci vuole una radio che vi segua, se non addirittura un canale televisivo, qualcuno che documenti tutto sui social, ci vogliono persone e associazioni sui territori da coinvolgere. E non avete un euro, una struttura, uno sponsor, un appoggio politico, un santo in paradiso. Niente di niente.”
Questa mia piazzata li lasciò di stucco. “Quindi dobbiamo lasciar perdere?” mi chiesero, mesti.
“E un’idea folle,” ripresi, dopo un altro sorso di birra. Poi sorrisi: “Quindi ci sto! ”.

Quella che è venuta dopo è una storia bella e pulita. È l’entusiasmo di Salvatore Borsellino che ci ha regalato la copia originale dell’agenda rossa dei carabinieri del 1992, è il coinvolgimento delle associazioni delle Agende Rosse, della Fiab, di Radio Popolare, di Coop Lombardia, di Libera Terra, dei ragazzi di “Una poltrona per tre” che si sono offerti di lare da ufficio stampa a titolo gratuito, sono le decine di realtà territoriali, di persone, famose o perfettamente sconosciute, che hanno abbracciato il progetto senza chiedere nulla in cambio.
Una cosa però dobbiamo fare, dissi loro quella mattina.
Quando tutta questa follia sarà finita, cosa resterà? Ci vuole un lascito. Dobbiamo coinvolgere un gruppo di scrittori, ripetere con le parole quello che voi farete con la ciclostaffetta. Un passaggio di testimone, dalla Lombardia fino alla Sicilia, per raccontare non tanto dov’eravamo alla morte dei due magistrati, ma dove forse siamo stati in questi anni, tutti noi: chi silente, chi indifferente, chi deluso, chi vigliacco, chi sempre e comunque, ostinatamente contrario, in prima fila. Dobbiamo scrivere un libro che testimoni tutto questo. Lo voglio curare assieme a Marco Balzano. Perché ho un’idea della cultura che è condivisione, inclusione, e non coltivazione esclusiva del proprio miserabile orticello. Perché Marco è bravo, lo conoscete bene, ha come me nelle vene un sangue meridionale, umile e irrequieto, e perché se è da Bollate che nasce un’idea così semplice e così perfetta, ci vuole uno scrittore di Bollate a seguirla!

L’altra mattina, mia figlia mi ha chiesto come mai i soldati che piantonano la piazza fossero tutti d’origine meridionale. I ragazzi fanno sempre le domande giuste. Io dovrei saperlo, dopo tutto, come ho fatto a non rendermene conto? Preso dai miei timori atavici, ideologici, m’incupivo di fronte alle uniformi, dimenticandomi dei ragazzi che le indossavano.
Ci sono posti d’Italia, le ho detto, dove non sempre puoi decidere della tua vita. Dove per vivere, spesso per sopravvivere, sei obbligato a scegliere. Come è capitato ad alcuni miei cugini, o amici, chi arruolato, chi spacciatore. Fra il 23 maggio e il 19 luglio del 1992 non sono morti soltanto due uomini straordinari, due eroici magistrati, due persone che volevano raddrizzare la schiena e l’orgoglio di una nazione compromessa. Nell’attentato di Capaci sono morti oltre a Francesca Morvillo – la moglie di Falcone, magistrato anche lei – i tre agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. E nella mattanza di via D’Amelio hanno perso la vita Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina. Sardi, pugliesi, siciliani, uno persino immigrato dall’Australia.
Forse alcuni di loro credevano nell’idea di servire la Patria. O avevano ammirazione per il magistrato che dovevano proteggere. Altri, più semplicemente, volevano fare un lavoro onesto, pagare l’affitto, sposarsi, programmare una vacanza al mare con gli amici. Qualunque siano state le loro ragioni sono morti per difenderle. Sono morti per difendere la dignità di tutti noi. Per difenderci.
Questa ciclostaffetta, questo gesto semplice e naif, puerile e romantico, è un cammino sulla spina dorsale di una nazione troppo spesso indifferente. Per ricordarci che la nostra, di schiena, deve restare dritta se vogliamo guardare negli occhi, col giusto disprezzo, chi ci vuole in ginocchio. Il futuro è latto di memoria.
Resto ovviamente dell’idea che sia la cultura e non l’esercito a rendere sicure le città. Ma da qualche tempo, quando passo in piazzale Loreto, ascolto i militari chiacchierare fra loro, cercando di riconoscerne l’origine dalla cadenza. (Quasi sempre è quella di mio padre.) Sono ragazzi. Lì per la Patria o per uno stipendio. Sono lì per me. Li ascolto e sorrido.

di Gianni Biondillo


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Janis Joplin, Bye Bye Baby [P.St.John]
Luca Carboni, Ci vuole un fisico bestiale  [Luca Carboni]
Janis Joplin, Try (Just A Little Bit Harder) [C. Taylor/Jerry Ragovoy]
Jovanotti, Non m’annoio [Lorenzo Jovanotti]
Janis Joplin, Piece Of My Heart [B. Berns/Jerry Ragovoy]
Annie Lennox, Why [Annie Lennox]
Fabrizio De André
, Il bombarolo [Fabrizio De André]
Virgilio Savona
, Il testamento del parroco Meslier [Virgilio Savona]
Nirvana, Smells Like Teen Spirit [Nirvana]
883, Hanno ucciso l’Uomo Ragno [Max Pezzali, Mauro Repetto]
Janis Joplin,
Summertime [George Gershwin, DuBose Heyward]
Goldie
, Timeless [R Playford/D Charlemagne]
The Chemical Brothers,Where Do I Begin [Rowlands, Simons]
Goldie, Saint Angel [R Playford/D Charlemagne]
Goldie, This Is A Bad [R Playford/D Charlemagne]
The Chemical Brothers,Dig Your Own Hole [Rowlands, Simons]

Copertina:
Una foto di Carlo Lucarelli.

(www.sherwood.it)

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