Una calle, una storia: “I Pegoloti”

Sono numerosi, a Venezia, i toponimi che ricordano l’antica arte dei “pegoloti”: a Cannaregio vicino a Santa Sofia, a San Marco nei pressi di San Samuele, a Castello nella zona di San Martino e all’Arsenale, si trovano calli e corti della Pegola; inoltre, nel sestiere di Cannaregio, a San Marcuola, ci sono calle, corte, sottoportico, campiello del Pegolotto. L’Arte dei pegoloti comprendeva i produttori e i venditori di “strope” (ramoscelli di salice rosso), di resina di pino e del suo derivato, nonché della “pegola” (pece), ottenuta dalla cottura della ragia, usata dai calafati in enormi quantità assieme al catrame per il calafataggio, ovvero la chiusura e impermeabilizzazione delle fessure del fasciame delle barche e delle navi.

Quest’ultima era un’attività che veniva svolta all’Arsenale, nel piccolo spazio compreso fra i due antichi Tesoni aquatici e l’officina dei “fravi da grosso”: nella zona che affaccia sull’angolo sud ovest della darsena dell’Arsenal Novo era situata la raffineria de la pegola dove veniva lavorata. La pece non solo serviva a completare il calafataggio dell’opera viva delle navi, ma era utilizzata anche per impermeabilizzare le sartie (cime o cavi, utilizzati nelle imbarcazioni a vela per sorreggere l’albero) necessarie alle manovre per orientare le vele, e le corde per l’ormeggio delle galee e dei bastimenti. Il posizionamento della raffineria de la pegola in questa zona dell’Arsenale era ideale per la sua vicinanza all’edificio detto stua (stufa) dove, dentro enormi vasche, la pece era mantenuta calda e allo stato liquido anche per potervi immergere le lunghe cime di canapa che arrivavano dalla vicinissima Tesa longa de la Tana, dove venivano fabbricate tutte le gomene necessarie alla marineria.

Anche Dante Alighieri nell’Inferno della Divina Commedia (Canto XXI, vv. 7-18) descrive questo particolare lavoro: “Quale nell’arzanà de’ Viniziani / bolle l’inverno la tenace pece / a rimpalmare i legni lor non sani, / ché navicar non ponno – in quella vece / chi fa suo legno nuovo e chi ristoppa / le coste a quel che più viaggi fece; / chi ribatte da proda e chi da poppa; / altri fa remi e altri volge sarte;/ chi terzeruolo e artimon rintoppa; / tal, non per foco ma per divin’ arte, / bollia là giuso una pegola spessa, / che ‘nviscava la ripa d’ogne parte” – (Come nell’arsenale dei Veneziani bolle d’inverno la tenace pece che servirà a spalmare le imbarcazioni non sane, che non possono navigare in quelle condizioni, pertanto c’è chi rassetta la barca, chi tura con la stoppa le falle aperte sui fianchi delle navi che hanno molto navigato; chi ribatte i chiodi con i martelli a prua e a poppa, altri costruiscono remi, altri funi, chi rattoppa le vela minore “terzeruolo” e chi la maggiore “artimon”; similmente bolliva in quella bolgia, non per forza di fuoco ma per Potenza Divina, la pece densa del dolore della vita, che invischiava ogni parte del mondo).

La Scuola dei pegoloti fu istituita nel 1689 ed aveva come santi protettori San Nicolò e Sant’Antonio abate “del fogo”. La sede era nella sala della Milizia da Mar, a Palazzo Ducale. La Mariegola originale è conservata nella Civica Biblioteca Correr, a Venezia.

Una calle, una storia: viaggio tra i toponimi veneziani alla scoperta del passato della Serenissima

(Comune di Venezia)

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