“Motherless Brooklyn” di Edward Norton – Recensione

Come si fa ad essere diversi rispetto al passato? È la domanda che forse Norton nella sua seconda prova da regista si è posto, andando ad adattare il romanzo Brooklyn senza Madre di Jonathan Lethem. Punto uno: non è il classico noir sommesso e lento, e in tal senso viene aggiornato il genere con una narrazione dal ritmo variegato quanto un free jazz di Coleman. Punto secondo: qui entra in scena una New York molto Allenper atmosfera e viene raccontata al tempo della musica dei grandi interpreti degli anni centrali del ‘900.

Il film inizia veloce, rallenta fino quasi a fermarsi per poi ripartire quando viene svelata la strada da seguire e l’obiettivo da raggiungere. Diventa la narrazione di un mistero da risolvere che segue i tempi del jazz e la musica in tal senso ha un ruolo fondamentale. Essa è pure la metafora per spiegare la psicologia dietro al personaggio interpretato da Norton, il detective Lionel Essrog, afflitto dalla sindrome di Tourette e da tic ossessivo compulsivi. Tali sintomi vengono comparati ai cambi di ritmo e stile nei fraseggi della jam session, utili a definire il genio e i suoi mille flash mentali, lampi nella notte cupa, insegne dei locali accese al calar del tramonto.

Motherless Brooklyn non è solamente un crime da risolvere ma anche una storia dei tempi odierni passati, perché alcuni problemi non cambiano, rimangono, mutano solo di nome e immagine. È una pellicola che parla di ultimi, di strani, emarginati che solo per paura del diverso verrebbero lasciati agli angoli, se non ci fossero delle persone amiche capaci di vederne il potenziale latente. È una storia di potenti, potenti economici muscolari voraci di spazi, status, manie di controllo, a cui il denaro fa solo contorno come fosse la piscina in cui nuotano o le statue di casa. Motherless Brooklyn diventa il racconto di una vecchia America moderna profondamente capitalista che striscia sotto le esistenze altrui cibandosi di risorse e ingenuità.

Il comparto tecnico dimostra un Norton abile a dirigere con una maestria degna di una figura professionale profondamente conoscitrice della materia, un amante del cinema, sapiente nel prendere gli stilemi dei classici passati innovandoli secondo la propria visione. Non vuole fare l’Allen raccontando allo stesso modo New York ma vi si ispira, come per la parte crime si lascia trascinare all’immaginario donato da Scorsese al pilot di Boardwalk Empire.

Consigliato a chi: ama risolvere i misteri ma senza la sua musica di sottofondo non alzerebbe le gambe dal bancone.

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(www.sherwood.it)

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