RetroDieci?

Guida soggettiva ai dischi del decennio 2010-19

 

Questa non è una classifica, non può esserlo perché è orfana di qualsiasi criterio che dia un ordine agli elementi, seppure in termini soggettivi. Non sono contrario alle classifiche musicali, si intenda, visto che da diverso tempo sono solito stilarne una, annuale, degli album che maggiormente mi hanno colpito e accompagnato nel corso dei 12 mesi in questione.

Ma un decennio è un’altra cosa; non è solo una cifra tonda, ma una fase della vita e della storia che assume un certo corpo, nella quale eventi e ricordi si sedimentano e si sovrappongono a volte in maniera confusa e disorientante, soprattutto quando a essere interrogato è il novero delle emozioni. Perché la musica è, appunto, quel complesso stato emozionale in cui i suoni incontrano l’anima.

«La musica ha un grande potere» scriveva Nick Hornby in Alta fedeltà, «ti riporta indietro nel momento stesso in cui ti porta avanti, così che provi, contemporaneamente, nostalgia e speranza». Nostalgia, speranza, ma anche desideri, lacrime, gioie, luoghi e momenti di un decennio, che una canzone o un album è riuscito a produrre, magari a più riprese. E allora questa non può essere che una piccola guida soggettiva – sicuramente parziale – di quello che la musica degli anni ’10 mi ha lasciato, tra note che si scolpiscono nel tempo in cui sono concepite e altre che sono concepite proprio per essere senza tempo.

Ma poi, che cosa sono stati gli anni ’10 nella musica? I decenni passati, almeno quelli che ho vissuto con un’adeguata sensibilità musicale, hanno avuto un genere o una tipologia di sonorità che li ha caratterizzati in maniera preponderante, riuscendo a esprimere in maniera inequivocabile la kultur di un’intera fase storica. Pensate alla new wave negli anni ’80, al post-rock o all’indie – quello dei Pavement, per intenderci! – nei ’90, alla dubstep nel primo decennio del secolo, solo per citare alcuni esempi.

Nei dieci anni che stanno volgendo al termine non c’è un suono che sembra percorrere e precorrere strade nuove, che sappia egemonizzare e contaminare l’intera scena. D’altronde Simon Reynolds, che non è proprio l’ultimo arrivato, ha parlato non a sproposito di retromania, una sorta di ossessione compulsiva nei confronti del passato, testimoniata anche dal ritorno di alcuni feticci, vedi il vinile prima e la musicassetta poi. Personalmente sono sempre stato convinto che ogni epoca fosse in grado di manifestare una propria sonorità compiuta, o quantomeno di miscelare alcune tendenze “in disuso” in maniera innovativa e non manieristica. Certo la paura del futuro, leitmotiv socio-politico di questo decennio, probabilmente si sta declinando anche in ambito musicale, con buona pace dei fautori del progresso continuo.

La mancanza di un genere egemonico o di riferimento non significa che in questo decennio siano mancate ottime produzione discografiche o addirittura veri e propri capolavori. Partiamo dall’onda lunga della dubstep, che a cavallo tra i due decenni si esprime forse ai suoi massimi livelli, dopo le irraggiungibili vette toccate dal Burial del 2006 e 2007 (s/t e Untrue, per la cronaca). I dischi invecchiati meglio sono senza dubbio Outside the box di Skream (2010), Dedication di Zomby (2011), Elemental di Demdike Stire (2011), Keepers of the light di LHF (2012), ma soprattutto l’omonimo di Pinch & Shackleton (2011), che riesce a condensare involucri di elettronica astratta con pennellate jazzy e world.

Rimanendo in tema di musica elettronica, come non segnalare Patterns of consciousness di Caterina Barbieri (2017), compositrice bolognese capace di creare quadri algidi ed estatici con il suo sequencer ER-101. Di estremo rilievo anche World eater di Blanck Mass (2017), degno delle scorribande elettro-noise fatte nella Bristol di inizio secolo con i suoi Fuck Bottons. Una menzione importante anche per The inheritors, secondo disco in studio di James Holden (2013), tra i dischi più psichedelici che l’elettronica contemporanea ricordi, e per Churches schools and guns di Lucy (2014), che ha anticipato di qualche anno il ritorno di fiamma per la techno a cui stiamo assistendo negli ultimi anni. E come non citare l’eclettico Amon Tobin, che con l’eclettico Isam raggiunge forse il punto più maturo della sua straordinaria carriera.

A metà tra l’elettronica è il trip pop troviamo l’ottimo DNA feelings (2018) di Aisha Devi. Più tradizionale, ma ugualmente bello è Blank project (2014) di Neneh Cherry, che primeggia tra i dischi black del decennio assieme all’alt-hip hop di Ghostpoet, con Some say i so i say light (2013) e al sempre più tenebroso Dälek, che con Asphalt for eden (2016) mette a segno uno dei sui migliori colpi.

Passando in ambito rock/pop, non possiamo non menzionare la chillwave, altrimenti detta glo-fi o hypgnagogic pop, microgenere sviluppatosi tra la fine dei ’00 e gli inizi di questo decennio, che coniugava il lo-fi degli anni ’90 con sonorità synth-pop e neopsichedeliche, richiamandosi più o meno esplicitamente alla scena baggy, meglio nota come Madchester ha segnato diverse interessanti uscite. Tra le uscite più interessanti troviamo Before today di Ariel Pink (2010), vero e proprio precursore del genere, A sufi and the killer di Gonjasufi (2010), Within and without dei Washed Out (2011), Night dolls with hairspray di James Ferraro (2011) e l’onirico Depression Cherry dei Beach House (2015) Una menzione a parte va fatta per Galactic melt di Com Truise, che ha immesso alcune tendenze della chillwave in ambito Nu-disco.

Addentrandoci in territori più ruvidi, un posto importante lo occupa senza dubbio City of straw dei Sightings (2010) uno degli apici della scena new noise newyorkese sviluppatasi, anch’essa, a cavallo dei due decenni di inizio secolo. Di grande impatto anche il sontuoso post-punk dei Disappears, che nel 2015 licenziano Irreal, il free jazz cosmico di Afterlife dei Comet is Coming (2019) e quella strana creatura denominata Sounsed (2014) creata dal genio del compianto Scott Walker e da Sunn O))), più gotico che mai. Più soft il rock di Anna Calvi, il cui omonimo (2011) contende la palma di miglior disco cantautorale del decennio ad As we make our way (2016), graditissimo ritorno dei Sophia, e Burning the threshold (2018) dei Six Organs of Admittance. Non è cantautorato, ma poesia pura Still smilting, gioiello firmato dal compositore italiano Teho Teardo e dalla voce degli Einstürzende Neubauten, Blixa Bargeld. Merita almeno un accenno anche High Violet (2010) dei The National, uno degli ultimi capolavori indie.

Trovano posto anche in questo decennio i Goodspeed you! Black emperor, con Allelujah! – don’t bend – ascend (2012), e i Mogwai, con Rave tapes (2014), forse colpi di coda finali di un genere – il post rock – che ho amato alla follia, ma che ha davvero ancora pochissimo da dire e da dare. Sempre da quei dintorni arrivano i Matmos, che con The marriage of true minds (2013) tornano incredibilmente ai fasti di The west.

Molto prolifico in questo decennio è stato il versante delle musiche cosiddette sperimentali, categoria altamente fuorviante, ma che utilizziamo solo ai fini di slegare alcune opere dai generi più tradizionali elencati finora. Tra i dischi di maggior pregio troviamo l’elettroacustico Bàcs (2014) dell’austiaco Fennesz, la psychotronica di A u r o r a (2014) di Ben Frost, l’ambient maturo di William Basinski, che realizza con Nocturnes (2013) una delle sue opere più monumentali, il darkeggiante Dead magic (2018) di Anna Von Hausswolff e il retro-futurista Anoyo di Tim Hecker.

Chiudiamo la carrellata con tre dischi italiani, che non hanno nulla da invidiare ai precedenti. Stiamo parlando di La terza guerra mondiale (2016) degli Zen Circus, Musica per bambini (2018) di Rancore e Il nuotatore, ultima fatica dei Massimo Volume, una band che non può che collocarsi nell’Olimpo del rock di ogni tempo.

(www.sherwood.it)

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