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Un giorno, sul lungosenna, Jean perde l’equilibrio: dalla riva del presente precipita in un vortice di ricordi che credeva perduti.
Anche se il tempo ne ha sfumato i contorni, a Jean tornano in mente numeri di telefono inventati, fermate del metro, dediche scritte con l’inchiostro blu. Ma i dettagli più irrisori sono indizi per ritrovare le donne che Jean ha incontrato e che ora, come spettri evanescenti, eludono la sua presa nel labirinto della memoria.
Con parole che sembrano scritte sulla superficie dell’acqua, tra sogno e ricordo, Modiano traccia quell’itinerario sentimentale che tutti percorriamo a ritroso alla ricerca di noi stessi.


ReadBabyRead #478 del 20 febbraio 2020


Patrick Modiano
Ricordi dormienti

(10a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Un giorno, sul lungosenna, il titolo di un libro ha attirato la mia attenzione: Il tempo degli incontri. Anche per me in un lontano passato, c’è stato un tempo degli incontri. In quel periodo avevo spesso paura del vuoto. Una vertigine che non provavo quando ero solo, ma con certe persone che, appunto, avevo incontrato da poco. Per tranquillizzarmi pensavo: prima o poi riuscirò a piantarle in asso. Alcune di queste persone non sapevi fin dove ti potevano trascinare. La china era scivolosa.
Per prima cosa potrei evocare le domeniche sera. Mi mettevano angoscia, come a chiunque abbia vissuto i rientri in collegio, d’inverno, a fine pomeriggio, nell’ora in cui cala il buio. Momenti che in seguito ti tormentano nei sogni, a volte per tutta la vita. La domenica sera alcune persone si riunivano nell’appartamento di Martine Hayward, e io mi trovavo fra quella gente. Avevo vent’anni e mi sentivo un po’ fuori posto. Mi coglieva di nuovo un senso di colpa, come se fossi stato ancora uno studente: invece di rientrare in collegio ero scappato”

Scrittori francesi. Vecchi fogli casualmente rinvenuti, elenchi di strade, nomi inghiottiti dall’oblìo, fisionomie dubbie presiedono alla restituzione incerta del passato:
«Ricordi dormienti» di Patrick Modiano, da Einaudi

Una strana, ambivalente, sensazione prende il lettore dell’ultimo romanzo di Patrick Modiano, Ricordi dormienti (traduzione di Emanuelle Caillat, Einaudi, pp. 83, € 15.00), specie se abbia lunga consuetudine con l’opera del grande scrittore francese. Non è la brevità di queste pagine, oltretutto largamente spaziate dalla costante dissolvenza dei bianchi tipografici, a disorientare, perché Modiano predilige da sempre la scansione del racconto lungo e cioè la leggera imbastitura in luogo della campitura a suture rigide tipica del romanzo vero e proprio; non è nemmeno il ribadirsi di una scrittura così magra da sembrare allo stremo, atona e decolorata, perché essa semmai rappresenta proprio la conferma del tocco à la Modiano. Piuttosto, c’è da chiedersi se questi Ricordi dormienti editi in Francia lo scorso anno (prima uscita dopo il conferimento del Nobel nel 2014) testimonino un culmine di essenzialità spettrale ovvero l’appendice volatile di una materia oramai risaputa e riproposta a oltranza. Con ogni probabilità, sono vere entrambe le cose.

L’incombere del tempo
Spazi e tempi vi risultano, come sempre, inderogabili fino alla ossessione, né è un semplice modo di dire che per leggere Modiano bisogna essere muniti di una piantina di Parigi o almeno delle linee del métro, perché chi dice «io» è un essere erratico le cui peregrinazioni stanno dentro un reticolo di arrondissement, numeri civici, pietre miliari e infinite tracce di uno stradario la cui precisione burocratica appare tuttavia inversamente proporzionale alla reale possibilità di riconoscerle e/o decifrarle al presente.
Come attesta una guida specifica (Béatrice Commengé, Le Paris de Modiano, Editions Alexandrines 2015, cui è affiancabile Elisabetta Sibilio, Leggere Modiano, Carocci 2015, unica monografia italiana disponibile), la città di Modiano, nel suo spazio nudamente fisico, non somiglia affatto a un labirinto postmoderno ma rammenta, viceversa, un palinsesto oscuramente stratificato proprio per l’incombere del tempo che per lo scrittore è la più classica combinazione di memoria e storia, perciò del passato personale, con le ferite del ricordo, e della vicenda collettiva dei suoi contemporanei.
Due ne sono tanto gli epicentri come i punti di diramazione: il primo è il civico 93 della rue Lauriston, nel XIII arrondissement, già sede della Gestapo francese, luogo di tortura e di avvio alla deportazione per ebrei e resistenti, dove il padre dello scrittore sembra avesse avviato un mercato nero, lui ebreo di origini anche italiane, per averne salva la vita; l’altro è la data di nascita dello scrittore, 30 luglio 1945, vicino alla foresta di Boulogne-Billancourt, nemmeno un anno dopo la Liberazione di Parigi, incipit dell’infanzia di un orfano (il padre assente e la madre, modesta attrice belga, sempre lontana) e poi dell’adolescenza di un ragazzo introverso e sbandato, la cui trafila di autodidatta si conclude grazie a uno straordinario professore di geometria, nientemeno Raymond Queneau, con la pubblicazione da Gallimard in pieno 1968 di un romanzo mai tradotto in italiano, La place de l’Etoile, dove già si racchiude, sia pure dentro un’insolenza linguistico-stilistica mai più replicata, tutta quanta la materia prima autobiografica di Patrick Modiano.
Nei Ricordi dormienti, egli torna al suo decennio culminante fra la metà degli anni Sessanta e i Settanta. Presiedono alla restituzione del passato al presente (un iter sempre incerto, faticoso, doloroso) vecchi fogli casualmente rinvenuti, elenchi di strade, nomi inghiottiti dall’oblìo e numeri di telefono che non hanno più un destinatario, volti di persone frequentate, talora persino amate, la cui fisionomia appare dubbia o irriconoscibile. Scrive: «Ma con un po’ di buona volontà riaffiorano alla memoria quei nomi rimasti sepolti nella mente sotto uno strato sottile di neve e di oblìo (…) Ho avuto la certezza di essere tornato nel passato, grazie a un fenomeno che si potrebbe chiamare l’eterno ritorno, o semplicemente che il tempo per me si fosse fermato in un periodo preciso della mia vita». Ma in un altro passaggio aggiunge che il fluire del ricordo può arrestarsi di colpo e asfissiare ad ora incerta colui che ne è investito, quando i frammenti mnemonici ritornano a galla come corpi annegati all’angolo di una strada.

Storie di revenant
Di particolare incertezza e scabrosità è la materia che, emergendo a distanza di ormai mezzo secolo, si propaga senza margini visibili, tuttora densa e bitumosa, nei Ricordi dormienti. Pigalle deserta sotto il sole, una ragazza incontrata per caso in un bistrot (il quale torna, ancora una volta, nei modi di una postazione elettiva per scrutare la città e il mondo), un confuso o irresoluto dispiegarsi del rapporto che via via si inoltra in un ambiente di iniziati all’occultismo, di libri esoterici, di misteriose sparizioni e ricomparse su cui incombe un’atmosfera di angosciosa incertezza e di pericolo imminente: ed è un rapporto che si duplica e degenera, dieci anni dopo, in una storia di revenant, di ex amanti il cui solo legame è la paura di essere braccati, con un oscuro senso di colpa e il relativo rimorso per un delitto (o la rimozione di esso) che rimane comunque indeterminato.
Il breve romanzo si chiude laddove si era aperto, nel pulviscolo di atomi alla deriva, in uno sciame di ricordi talmente frammentari e alonati da non appartenere più a nessuno e tanto meno, paradossalmente, a chi dovrebbe esserne l’intestatario.

Girare in tondo
In una intervista rilasciata a «Le Monde» una decina di anni fa, lo scrittore ha dichiarato: «La Parigi che ho vissuto e che percorro in lungo e in largo nei miei libri non esiste più. Scrivo solo per ritrovarla. Non è nostalgia, non rimpiango affatto ciò che era prima. È semplicemente che ho fatto di Parigi la mia città interiore, una città onirica, atemporale, dove le epoche si sovrappongono (…) Ora mi è molto difficile lasciarla. È questo a darmi così spesso l’impressione, che non mi piace, di ripetermi, di girare in tondo». Simmetrica è la sensazione che si insinua nel lettore e dunque la domanda se si tratti di pagine dettate ancora dalla necessità (da una ispirazione, da un disegno d’arte) oppure dedotte da un automatismo che, come tale, potrebbe reiterarsi all’infinito. È la domanda che quanti amano la narrativa di Patrick Modiano hanno oggi il diritto, o forse il dovere, di porsi.

di Massimo Raffaeli
da il manifesto (alias domenica), 02.12.2018


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Miles Davis, It Never Entered My Mind [Richard Rodgers, Laurence Hart]
Miles Davis, Moon Dreams [C. MacGregor, J. Mercer]
Miles Davis, Weirdo [Miles Davis]
Miles Davis, Autumn Leaves [Prevert, Kosma, Mercer]
Miles Davis, ‘Round Midnight [T. Monk, B. Haninghen, C. Williams]
Miles Davis, Enigma [J.J. Johnson]
Miles Davis, Something I Dreamed Last Night [Sammy Fain, Jack Yellen, Herb Magidson]
Miles Davis, Fran-Dance [Miles Davis]
Miles Davis, Bye Bye Blackbird [Dixon/Henderson]
Miles Davis, My Funny Valentine [R. Rodgers/L. Hart]
Miles Davis, Straight, No Chaser [Thelonius Monk]
Miles Davis, Old Folks [D.L. Hill; W. Robison]
Miles Davis, Nuit Sur Les Champs-Élysées [Miles Davis]
Miles Davis, Stella By Starlight [V. Young/N. Washington]
Miles Davis, My Funny Valentine [R. Rodgers/L. Hart]
Miles Davis, Drag Dog [Miles Davis]
Miles Davis, There Is No Greater Love [M. Symes]
Miles Davis, Blue In Green [Miles Davis]
Miles Davis, Flamenco Sketches [Miles Davis]
Miles Davis, Pee Wee [Tony Williams]
Miles Davis, Tout De Suite [Miles Davis]
Miles Davis, Masqualero [Wayne Shorter]
Miles Davis, Nefertiti [Wayne Shorter]
Miles Davis, Fall [Wayne Shorter]
Miles Davis, Mr. Pastorius [Miles Davis]
Miles Davis, When I Fall In Love [V. Young, E. Heyman]
Miles Davis, Time After Time [Cyndi Lauper]

Copertina:
Parigi, Pont des Arts. Foto di Francesco Ventimiglia (2019).

(www.sherwood.it)

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