Il testamento dell’uro

«L’avvenire sarà preistorico»: non poteva che essere questa frase ad aprire la quarta di copertina de Il testamento dell’uro della parigina Stéphanie Hochet, edito da Voland.
Si tratta di un romanzo corraggioso, a tratti surreale, capace di condurvi tra pieghe storiche assai poco esplorate.

Da Cahors fino a Marnas è il tragitto che la giovane protagonista, una scrittrice, copre per presentare il suo recente lavoro, un romanzo di fantascienza dedicato al mondo animale.
Tutto tranquillo fino all’ultima meta del tour letterario dove si imbatterà in un’Organizzazione poco chiara, in un sindaco visionario, Vincent Charnot, e in un progetto alquanto ardito.

La ricreazione e ripoplazione dell’uro, bos primogenius estinto da secoli, è il perno di questo temerario programma e la nostra protagonista scoprirà di essere stata scelta per divenire la novella vate incaricata di creare un mito del bovide.
E così, pagina dopo pagina, la seguiamo intenta, come la Penelope nella quale si identifica, a intrecciare l’ode di questa specie taurina. Una creazione letteraria che la porterà ad abbandonare i contatti con l’esterno, a immergersi nella vita e nelle illusioni che questa colletività sta creando. Niente campo per il telefono, solo scrittura, passeggiate e ricerche documentate. Scopriamo, o se preferite ci rammentiamo, insieme a lei che questo animale è caratterizzato da un lucente manto nero, da corna quasi a palco, e da un peso che si può aggirare intorno ai 900 chili. Ci ricorda, anche,
come la rappresentazione dell’uro sia stata immortalata dalle pitture rupestri prima ed esaltata da Picasso poi. Con lei, ripercorriamo inoltre frammenti di storia e ci imbattiamo nella figura di Lutz Heck, zoologo tedesco di fine Ottocento che si dedicò con il fratello alla ricotruzione selettiva di due specie, l’uro e il tarpan, e il cui agire si intrecciò con il regime hitleriano non solo per mera questione cronologica ma senziente adesione al nazionalsocialismo.

Insomma, come vedete, c’è un bel mix di elementi che è messo insieme lungo vari capitoli e il tutto crea nel romanzo rivoli di temi e ragionamenti da seguire.
Abbiamo da un lato la narrazione di una creazione letteraria che trasforma la sua stessa ideatrice. Questa donna si fonde nella sua impresa artistica, inebriata dall’essere il deus ex machina della sua opera magna, e allo stesso tempo rappresenta una giovane professionista del nuovo millenio, colta ed emancipata, non realmente attrezzata a resistere all’illusoria chiamata di un piano politico poco chiaro. Stregata dal sindaco, pone in soffita lo spirito critico e accetta di essere sedotta dalle visioni
futuristiche di questa figura poco trasparente.

Da un altro lato, poi, abbiamo un binario fatto da mito e biotecnologie all’avanguardia. Se da un lato la reintroduzione dell’uro implica moderni protocolli biotecnologici, dall’altro serve la forza ancestrale del mito per rendere il progetto di Charnot realizzabile e apprezzabile su larga scala.
Anzi, di più. Serve il mito per avere consenso.
Infine, serpeggia tra le righe del testo il senso da dare a questo programma avveniristico e funambolico. Per il sindaco e i suoi tirapiedi è un mezzo per rilanciare la rinascita di un’intera Regione, un modello di vita da proporre, capace di rifondare un nuovo patto uomo-animale, e al contempo la speranza di divenire così il nuovo centro di una rivoluzione artistica.

Tutte motivazioni queste che, però, il romanzo della Hochet non approfondisce ma solo suggerisce. Sembra piuttosto che l’autrice voglia giocare con il lettore e lasciare che sia lui a destreggiarsi in una mare di allusioni storiche, di potenzialità e di riflessioni etiche e ambientaliste.

Il finale di tutto ciò è sorprendente. Un climax di ansie e disvelamenti che vi porterà all’ultima pagina con il fiatone. E di nuovo, anche in questa chiusura col botto, rivoli di interpretazioni e molteplici significati possono essere trovati.
Più che un romanzo quello che Hochet ha creato è un labirinto. E allora, per noi lettori, questo uro preistorico ricorda a tratti molto di più un minotauro moderno. L’uscita dal dedalo letterario assume riflessioni articolate e di ampio spettro, che accompagnano per giorni anche a lettura terminata.

Non sarà certo un caso, quindi, che sia stato selezionato il Il testamento dell’uro nella cinquina finale proposta dal concorso di Modus Legendi. Ogni anno, tramite questa idea, si arriva a scegliere cinque opere di emergenti edite da piccoli editori al fine di selezionarne una per andare poi a comprarla in libreria. Il senso? Creare un caso letterario capace di ribaltare le classifiche guidate da pubblicazioni sempre mainstream. Un bel progetto per fare emergere il lavoro di piccoli editori
corraggiosi.

Il libro di Hochet e Voland ha partecipato quest’anno, ma non ha ottenuto il podio.
Il consiglio spassionato che posso darvi è di regalare a questo lavoro un podio nella vostra libreria di casa. Lo merita.

Autore: Stéphanie Hochet, parigina classe 1975, scrive per Libération e in Italia vede pubblicati alcuni dei suoi romanzi dalla Voland.

Traduttore: Roberto Lana

Voland: casa editrice romana, nasce nel 1994 ed è animata «dalla volontà di far conoscere culture e mondi affascinanti attraverso letterature poco esplorate ma di grande profondità».

(www.sherwood.it)

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