Intervista ad Alessandro Ragazzo

Il suo primo EP in italiano, Ricordi?, è appena uscito. Abbiamo pensato fosse l’occasione giusta per fare due chiacchiere con Alessandro Ragazzo, giovane musicista di Marghera, e riflettere con lui sul pop, su cosa vuol dire essere un musicista-imprenditore e come ci si costruisce una solida fan-base nel 2020.

Ciao Ale! Immaginiamo la tipica situazione: stai bevendo uno spritz con qualcuno e ti chiede: che musica fai?
La risposta sicuramente varia in base a quanti spritz ho bevuto. Ma tendenzialmente dico che “scrivo canzoni”.

Facciamo rewind. Il tuo disco d’esordio era quasi sperimentale, poi hai fatto due release alternative in inglese, ora sei approdato all’it-pop. Cosa ti ha guidato in quest’evoluzione?
È stata una mia crescita artistica, culturale ed emotiva. Per arrivare a fare pop ci vuole maturità e sensibilità. Viene considerato un genere semplice, dozzinale, in realtà obbliga a centellinare ogni cosa e cercare il posto giusto per ogni elemento, parola o suono. La musica sperimentale e l’alternative ti permettono di lavorare al massimo di fantasia, ma rischi di diventare autoreferenziale. Fare pop è stata una scelta, una sfida. In ogni caso, non escludo di prendere altre direzioni in futuro.

Mi ha colpito la definizione del tuo nuovo singolo, Domani: “una storia”. Di cosa parlano le tue storie?
Da giovani si ha la convinzione di essere unici, speciali, inimitabili. Convinzione che avevo anch’io, per questo facevo musica sperimentale. Pian piano l’ho ridimensionata negli anni. Ognuno ha caratteristiche che lo rendono diverso, ma senza rendercene conto siamo tutti simili. Crediamo di essere gli unici a provare un sentimento, a vivere una situazione, e non ci rendiamo conto che probabilmente migliaia di persone provano lo stesso sentimento o vivono la stessa situazione nel medesimo istante. Tutto questo per dire che le mie storie parlano di me, ma con la consapevolezza che altre persone si riconosceranno, potranno dire «è successo anche a me». Un’altra delle ragioni per cui amo il pop e la forma-canzone.

Mi sembri un ottimo esempio di artista-imprenditore. Non stai ad aspettare che scenda dalle nuvole un’etichetta magica, portando soldi e successo. Hai creato una squadra di professionisti con cui lavorare. Parlaci del tuo approccio alla produzione…
Ahah, mi piace come definizione! Conscio del fatto che io non so fare tutto, anzi quasi niente, ho cercato persone con competenze complementari alle mie. All’inizio si è unito Leopoldo, che ancora mi segue come manager, poi il Black Deer Studio di Nularse, Francesco Inverno e Alberto De Lazzari, che hanno prodotto il disco e mi accompagnano live. Sono colleghi e musicisti, ma anche fratelli. Poi c’è Matteo che ha una grande conoscenza dei social. C’è la nuova etichetta Rokovoko, con cui stiamo costruendo un futuro. Marco Da Re, che ha fatto i miei videoclip, è un regista straordinario e si mette in gioco anche lui con questo progetto. Questa è una cosa fondamentale perché la musica, sotto ogni aspetto, è un lavoro di gruppo.

A proposito di social, hai un sorriso sbarazzino che piace. Ma non è da tutti sapersi costruire una fan-base solida. Quanto sono importanti i social per un musicista del 2020? E qual è il modo sbagliato di usarli?
I social sono importantissimi per ogni start-up, e un musicista emergente può essere considerato tale. Ti permettono di avere una platea ampia quasi quanto gli abitanti della terra, e di rimanere in contatto con le persone che ti seguono giornalmente, consolidare i rapporti. Come ogni cosa nuova non hanno regole precise. Ma sicuramente un grave errore è cambiare personalità o non essere sinceri per ricevere più consensi.

E i live, quanto pensi contino?
I live, soprattutto per il genere di musica che faccio, contano moltissimo e sono il vero banco di prova per capire quanto le persone sono realmente affezionate alla tua musica. Se conquisti una persona con un live sai che sarà legata in una maniera più forte alla tua musica.

Dai, siamo sinceri: è possibile vivere di musica?
Dicono di sì, io ancora non lo so, ahah!

Qual è l’errore più comune che vedi commettere dai musicisti emergenti?
Penso sia quello di emulare artisti già famosi, finendo per esserne solo una brutta copia.

Quanto c’è di Marghera nelle tue canzoni?
Marghera è la città in cui sono nato e cresciuto, dove vivo ancora. È una città difficile, che mi ha insegnato molte cose. Soprattutto mi ha fatto apprezzare la sincerità di persone senza grandi sovrastrutture, che non si nascondono dietro stereotipi. Quello che provo a fare è trarre dal mio vissuto dei sentimenti “positivi”, per allontanare il cliché che ciò che viene dalla periferia debba per forza essere crudo o criminale.

In genere ad ogni release un artista è già proiettato sulla release successiva. Puoi dirci qualcosa di quello che hai in mente?
Eheh, abbiamo un sacco di cose in mente. Ora che la squadra si è ampliata, abbiamo anche più mezzi, per fare cose sempre migliori. Per ora nessuno spoiler ma se avete pazienza ne vedrete delle belle.

(www.sherwood.it)

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