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Invecchiati bene #3: Stand by me

Quando si viaggia, si sa, ogni tanto è bene rallentare un po’ il ritmo, fermarsi in qualche posto per un giorno in più, concedersi il lusso di una deviazione imprevista. Si rischiano sempre di scoprire cose meravigliose, di vivere avventure.

Per questo anche noi, giunti alla terza tappa di questo viaggio a ritroso nel mondo del cinema, ci concediamo di cambiare un po’ il passo, così da poter prestare attenzione a particolari che forse, fino ad adesso, ci erano sfuggiti. Il film di cui parliamo oggi, infatti, non riecheggia nel presente parlando di grandi temi di attualità, non torna ad aggredire la società con argomentazioni ancora graffianti, no: la voce di questo film ci raggiunge a un livello molto più personale, scatena una riflessione più intima, più che essere invecchiato bene lui possiamo dire che, in qualche modo, fa ringiovanire noi. Ci concediamo quindi un intermezzo meno impegnato, forse nostalgico, e ce lo concediamo con Stand by me – Ricordo di un’estate.

Stand by me viene girato nel 1986 ed è l’adattamento cinematografico del racconto The body, scritto da Stephen King e facente parte della raccolta Stagioni diverse, libro con cui l’autore si prese una pausa dal genere horror per cui era già celebre dedicandosi ad atmosfere drammatiche. L’opera contiene quattro racconti, uno per stagione, ed è, artisticamente, un successo: per rendere l’idea basti pensare che dallo stesso libro verrà anche tratto, qualche anno dopo, Le ali della libertà.

King, a quei tempi, era piuttosto restio a cedere i diritti per l’adattamento cinematografico delle sue opere, nessuna delle passate esperienze lo aveva soddisfatto (men che meno lo Shining di Kubrick) ed era solito chiedere ai produttori che volevano trarre dei film dalle sue storie cifre spropositate e percentuali enormi del ricavato. Non è facile mettersi d’accordo neanche per la realizzazione di Stand by me, eppure, quando lo scrittore vede il film per la prima volta, al termine della proiezione si assenta per un quarto d’ora perché ha bisogno di ricomporsi. Il film gli è piaciuto, dice che ha colto l’essenza della sua storia, dice che è la miglior cosa che abbiano mai girato a partire da un suo libro.

La trama è questa: un famoso scrittore, venuto a sapere della morte di un suo amico di infanzia, ricorda un weekend di molti anni prima, un Labor Day in cui lui e altri tre ragazzini si sono messi alla ricerca del cadavere di un coetaneo, morto investito da un treno. Nell’immaginaria città di Castlerock, nell’Oregon, il protagonista Gordie si incammina verso un weekend iniziatico assieme ad altri bambini soli e spersi come lui: sono un ciccione, uno strambo e un teppista, e sono i suoi migliori amici. A casa Gordie non ci vuole stare, perché tutto ruota ancora attorno al lutto per la morte del fratello, venuto a mancare mesi prima, i suoi genitori sono assenti, sembra che non lo vedano nemmeno. E così meglio andar per boschi, farsi inseguire dai cani, accendere falò e combattere le bande di ragazzi più grandi, in due giorni di avventure idiote e insignificanti ma che, per qualche motivo, lasceranno una cicatrice indelebile nella memoria del protagonista.

La regia di Rob Reiner è molto semplice, e ci mostra cose molto semplici: i bambini camminano tra le campagne, scambiandosi chiacchiere innocenti e scherzi infantili, accendono fuochi e stabiliscono turni di guardia per la notte. Sembra tutto privo di significato, ma non lasciatevi ingannare: è quello che verrà dopo a dare senso al tutto, e quello che verrà dopo è l’età adulta. Le chiacchiere da bambini, quindi, sono le ultime di una vita, così come le paure e i tuffi nei torrenti, e quanto valore assumono quindi ai nostri occhi, quanta poesia. Non possono rendersene conto i protagonisti mentre queste cose le vivono, ma il Gordie adulto, che fa da narratore al film, ha una prospettiva più ampia e ricorda il tutto con nostalgia straziante, come se guardasse a un tesoro perduto. E non sappiamo quanto le luci di taglio, i colori soffusi, i paesaggi idilliaci siano veri e quanto abbellimenti del ricordo, della memoria che tinge tutto di pastello. Ogni cosa, in Stand by me, è avvolta da una patina lontana, surreale.

Anche la ricerca di un cadavere (premessa alquanto macabra per una scampagnata tra amici dodicenni) è un’impresa chiaramente connotata: è arrivato il momento per i quattro di crescere e guardare in faccia ciò che preferirebbero non dover guardare mai. Ma è un’impresa volontaria, nessuno li obbliga, sono loro a sentire che è il momento di partire, e questa è una delle cose che cerco di imparare da Stand by me ogni volta che lo vedo: i bambini del film non tentano mai di fermare il tempo, non fuggono davanti ai cambiamenti imminenti che le loro vite gli riservano, non cercano evasione nel gioco o nel sogno, semplicemente accettano quello che dev’essere, camminano verso il loro futuro senza tante smancerie. Scivoleranno via lontani, come sempre o quasi sempre accade, non si incontreranno mai più e avranno vite mediocri o dolorose, ma non per questo la loro amicizia avrà meno valore. È proprio perché gli amici prima o poi se ne vanno che dovremmo donare loro la nostra parte migliore.

Stand by me è invecchiato bene perché ti parla ad ogni età, in un certo senso cresce con te rivolgendoti sempre un prezioso invito: mantieni il contatto tra le diverse fasi della tua vita, non lasciare che siano episodi a sé stanti, attingi alla ricchezza di ogni periodo che hai vissuto. Il film è un distillato di estate, infanzia e amicizia, e, in sincerità, ditemi che cosa si può volere di più da una pausa lungo il percorso.

(www.sherwood.it)

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