
C’è bisogno della quaresima, in un mondo che non è certo una pasqua di felicità? Siamo immersi in un clima di violenza e di morte, stiamo distruggendo il pianeta, il futuro è più che incerto, e ci mettiamo a spargere cenere sul capo quasi non bastasse l’aria negativa che respiriamo? Ma è proprio per questo che ne abbiamo bisogno, dirà qualcuno, per assumere almeno per qualche tempo uno stile di vita più sobrio, fare un po’ di penitenza, moderare cibo e bevande così ne trae beneficio pure la linea. Sarà anche vero, e tuttavia con che faccia ci mettiamo in stato di quaresima, quando nel mondo persone e popoli in quaresima ci sono tutto l’anno e non certo per scelta: guerre, carestie, oppressioni, cataclismi… Non bisognerebbe andare un po’ più cauti con i ricorrenti proclami di conversione, preghiere e digiuni, condivisione con i poveri, che riempiono le consuete proposte quaresimali anno dopo anno?
QUARANTA: SIGNIFICATO DI UN NUMERO
In ogni caso anche quest’anno la quaresima arriva, con i suoi quaranta giorni che la delimitano. Proviamo a riprendere da qui. Probabilmente sappiamo qualcosa di questo numero biblico, dai quarant’anni di cammino nel deserto del popolo di Dio per passare dalla schiavitù alla libertà, ai quaranta giorni di Gesù ancora nel deserto per prepararsi ad una paradossale conversione di vita: pianta lavoro, casa, famiglia, senza avere dove posare il capo e con frequentazioni dubbie. Il momento storico che stiamo vivendo ci suggerisce peraltro di guardare ad un ulteriore episodio biblico: i quaranta giorni e le quaranta notti del profeta Elia nel cammino tra il monte Carmelo e il monte Oreb. Sul primo monte il profeta gareggia con i profeti delle divinità straniere, mettendoli alla prova sulla capacità di far incendiare la catasta di legna per il sacrificio con un intervento dall’alto. Loro non ce la fanno, ma lui sì e allora si sente legittimato a mostrare la superiorità del suo Dio. Ammazza tutti i quattrocentocinquanta profeti di Baal! A questo punto viene messo alla prova con i quaranta giorni e notti che lo sfiancano fino quasi a morire, per passare all’altro monte dove Dio gli dà una lezione. Quello che ha fatto sul Carmelo è frutto di un Dio violento proiezione sua, mentre il Dio che incontra sull’Oreb è in una voce di silenzio sottile, totalmente inerme e disarmato.
DA UN TEMPO DIABOLICO AD UN TEMPO SIMBOLICO
Quanto avviene nel racconto di Elia rinvia alla simbolicità del numero quaranta nel significato etimologico del termine simbolo: realtà che unisce opposta alla realtà diabolica che divide. Alla luce di questo episodio, si può pensare ai quaranta giorni del tempo quaresimale come un tempo che ci è dato per invertire la rotta, così come ha dovuto fare Elia. Siamo in un tempo diabolico, che più divisivo non potrebbe essere. Si fanno guerre, si aumentano le spese militari, si vede l’altro come nemico e non si esita a riferirsi a Dio con la connivenza o la acquiescenza di capi religiosi. Non si tratta unicamente di scelte dovute ai dittatori o agli autocrati di turno, ma di una modalità divisiva di vivere le relazioni che contagia tutte e tutti. Per emergere bisogna opporsi, essere contro, mostrare la superiorità con forza e violenza. La mitezza è debolezza, la non violenza pavidità, l’accoglienza dell’altro sfregio ai confini da rinsaldare con muri, respingimenti, armamenti. I social amplificano le forme divisive e facilmente si trasformano in campi di battaglia, dove non si comunica ma ci si fa la guerra. In questa chiave possiamo rivisitare la classica indicazione, presente in tutti i cammini religiosi con i quali sentirsi in sintonia, proposta nella parola di Dio d’inizio quaresima: preghiera, elemosina, digiuno. La preghiera è modificare l’immaginario su Dio, rendendolo sempre meno nostra proiezione: Dio con noi, dalla nostra parte, contro i nostri nemici. L’elemosina è guardare all’altro vedendo la sua umanità con cui essere solidali, non l’estraneo, il foresto da respingere, l’opposto da combattere. Il digiuno è riequilibrare il rapporto con le cose, la natura, l’ambiente, per vincere la voracità che sfrutta e distrugge. Se i tempi sono diabolici, abbiamo quaranta giorni per cercare di vivere un tempo simbolico, non più divisivo.
Dario Vivian
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