
Gente di primavera è il tema per la veglia di preghiera per i missionari martiri che la diocesi di Vicenza vivrà il 24 marzo alle 20.30 a Monte Berico. Il riferimento fa pensare subito a qualcosa che nasce e si rinnova, proprio come la primavera in natura. Così è stata la vita di Nadia De Munari, volontaria dell’Operazione Mato Grosso originaria di Schio, morta 5 anni fa, che sarà ricordata nella veglia. Il rinnovamento è il filo conduttore anche della vita di Azazet Kidane, missionaria comboniana di origine eritrea, attualmente a Brescia, che porterà la sua testimonianza a Monte Berico. Sr. Azazet, conosciuta come sr. Aziza, è cresciuta a Massaua, ma la vita l’ha portata per 13 anni in Sudan, poi in Kenya, in Inghilterra… un anno in Giordania e 14 anni tra Palestina e Israele. L’abbiamo incontrata.
Sr. Aziza, di cosa si occupa oggi a Brescia?
«A Brescia collaboro con l’Ufficio diocesano Migrantes. Lì porto non solo le mie competenze sanitarie, ma anche linguistiche (parla 6 lingue, ndr), perché spesso faccio l’interprete».
In Sudan da tempo è in corso una terribile guerra.
«Sono arrivata a Juba nonostante le mie consorelle mi avessero scritto di non andare, perché non ho mai ricevuto quella lettera. È stata un’esperienza veramente scioccante perché in Eritrea c’era la guerra, ma i combattimenti erano lontani dalla città. A Juba invece no: è stata un’esperienza di morte e di vita. Tanta gente scappava. Nel mio paese soffrivo molto, anche per la perdita di tanti familiari, compreso il mio unico fratello, ma era diverso: in Sudan ho visto molta gente morire. A un certo punto mi sono chiesta: “Dove sei Dio?”. Era difficile vedere morire le persone senza motivo. Eppure è stata anche una missione molto significativa, umanamente e cristianamente».
È lì che ha lavorato con i lebbrosi?
«Dal Sudan siamo state espulse insieme ai cristiani che si opponevano alla sharia. Fin da quando eravamo a Juba incontravamo lebbrosi, ma dopo essere state espulse e rientrate dal Kenya ne abbiamo incontrati molti di più. A Juba erano più curati, mentre nei villaggi la situazione era drammatica: a causa della lunga guerra, le vaccinazioni erano inesistenti. Trovavamo anche malati di tubercolosi. Abbiamo insegnato alle persone a distinguere le malattie per curarle. Una mia consorella mi ha insegnato a curare le ferite dei lebbrosi. Per loro essere toccati era già quasi tornare a vivere! Guardarli negli occhi, curare l’odore… era scioccante, ma era necessario per passare dalla teoria alla vita!».
Qual era l’atteggiamento delle persone nei vostri confronti?
«Il nostro cortile era considerato un punto di riferimento. Siamo arrivate ad ospitare fino a 500 famiglie sfollate. Juba è vicino all’aeroporto bombardato, perciò eravamo in pericolo. Eppure le persone si sentivano più sicure rimanendo vicine a noi».
In Sudan e in Terra Santa ha vissuto dei percorsi di pace. Cosa l’ha colpita?
«In Sudan le persone avevano una dignità: possedevano la terra, la coltivavano, la amavano e si sentivano parte di quel luogo, perché hanno radici. In Terra Santa, invece, la situazione è molto diversa. Lavoravo anche con i beduini della “zona C” della Cisgiordania, abituati da sempre a spostarsi, ma divenuti stanziali forzatamente. Abbiamo cercato di essere ponti tra i popoli perché vanno distinti i popoli dai governi: la gente vuole incontrarsi, conoscersi, perdonarsi… Li guardavamo tutti per dire loro che esistevano. Abbiamo scelto di stare con tutti, perché le vittime sono da entrambe le parti, sempre. È un movimento che crea pace tra la gente, anche se non se ne parla».
A un certo punto avete scoperto una tratta di esseri umani.
«Ho lavorato con i “Medici per i diritti umani” che avevano due cliniche: una mobile, che ogni sabato andava in Palestina, mentre l’altra era stabile. Venivano curati tutti: africani, palestinesi, anche ebrei. Ogni sera 50/60 persone venivano curate da 4/5 dottori. Così abbiamo scoperto che la maggior parte degli africani proveniva dal Sinai portando sul corpo segni di torture. Non sapevamo che nel Sinai c’erano più di 15 campi, dove le persone sono sottoposte a ogni genere di tortura. Le donne non sapevano nemmeno di chi erano incinte… Col tempo abbiamo aperto una cooperativa per le donne, dove realizzavano manufatti all’uncinetto. 150 donne erano pagate, per le altre era una terapia nel percorso di rinascita. Condividevano la loro sofferenza, soprattutto quelle abusate, che spesso si ritengono colpevoli di ciò che hanno subito. Purtroppo nel 2024 abbiamo dovuto chiudere».
Cos’è la missione per lei?
«La missione è dove c’è l’umano. Ho trovato lebbrosi anche a Londra: io credo che la solitudine sia la nuova lebbra. Il messaggio di Dio passa dove siamo noi. La missione non è territoriale, ma è vivere il Vangelo e condividerlo con gli altri, iniziando da chi vive con noi».
Naike Monique Borgo
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