«Da San Francesco l’invito a un dialogo inclusivo senza rivalse o esclusioni»

«Quella di San Francesco oggi è una voce irrinunciabile, forse proprio per la sua capacità disarmata di mettersi in ascolto di tutto e tutti senza rivendicare nulla. Per questo San Francesco è ancora in grado di attirare attenzione e affetto oltre i confini del cristianesimo». A dirlo è il vicentino padre Antonio Ramina, rettore della Pontificia Basilica di Sant’Antonio a Padova.

Domenica 22 febbraio, nella Basilica di Assisi, è iniziata la prima ostensione pubblica e prolungata delle spoglie mortali di San Francesco, che rimarranno esposte per i fedeli fino al 22 marzo. L’evento storico avviene a 800 anni dalla morte del Santo e in occasione del Giubileo francescano indetto da Papa Leone XIV, iniziato lo scorso 10 gennaio. Negli ultimi due anni la famiglia francescana, nelle sue espressioni maschili e femminili, laiche e religiose, ha vissuto già due importanti “ottocentenari”: quello del Cantico delle creature (2025) e quello delle stimmate (2024).

Padre Antonio, oltre al Giubileo e all’esposizione dei suoi resti, che significato assume oggi ricordare la morte di San Francesco?

«Francesco, alla fine della sua vita, era talmente riconciliato con se stesso e con il mondo da guardare alla morte come un passaggio, al punto da chiamarla “sorella”, e ad affidarsi materialmente alle persone che aveva accanto. Ricordare il transito di San Francesco significa ricordare che la morte è proprio questo: un passaggio in cui possiamo affidarci a qualcun altro senza essere artefici del nostro destino. Questa consapevolezza spalanca un mondo di attenzioni pastorali e apre uno spiraglio nel riconsiderare il valore della persona non per ciò che fa ma per ciò che vale in quanto dono di Dio».

Assisi, nella Basilica Inferiore le spoglie di San Francesco

C’è un messaggio, un aspetto della vita di Francesco che lei sente particolarmente necessario oggi?

«Credo innanzitutto che, se vogliamo valorizzare il Giubileo francescano in questo momento storico, non possiamo fare a meno di sottolineare l’atteggiamento di dialogo, di confronto pacifico che San Francesco ha cercato di mettere in atto nella sua vita. Un atteggiamento “inclusivo”, per dirla in termini moderni. Il che significa dialogare con tutti senza rinunciare alla propria identità di discepoli del Vangelo, senza mettere in atto forme di rivalsa e di esclusione. Quello di Francesco è uno stile inclusivo e dialogante, che restituisce ciò che ha ricevuto e in particolare si prende cura delle relazioni personali, dei poveri, di chi è nel bisogno. In Francesco c’è questa attitudine di fondo alla restituzione, a riconoscere che tutto ciò che noi abbiamo ci è stato donato. Il creato, ma non solo, è parte dei doni che abbiamo ricevuto e che siamo chiamati a custodire».

A Padova conservate la memoria e le reliquie di Sant’Antonio, a sua volta francescano che incontrò Francesco nel 1221. Quali sono i punti di contatto tra queste due figure?

«I punti di contatto sono tantissimi, ne evidenzierei due: la cura per il povero, rischiando di persona, e la passione folle per la Parola di Dio, non dal punto di vista del “sapiente esegeta” ma di chi riconosce nella Parola la voce del “parlante”, quindi un luogo in cui riconoscere la voce di Dio».

Come state vivendo il Giubileo francescano a Padova?

«Abbiamo avuto alcuni incontri a livello diocesano con tutta la famiglia francescana per vedere cosa fare insieme. In Basilica abbiamo installato un itinerario su alcuni luoghi della chiesa “rivisitati” con uno sguardo francescano. Poi il Giugno Antoniano sarà intessuto di iniziative che riguarderanno questo Giubileo».

Andrea Frison

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(Diocesi di Vicenza)