
«Quello che vedo ogni giorno nella mia diocesi è che le persone hanno davvero fame e non hanno la sicurezza di poter lavorare e trovare quanto serve per vivere».
Padre Christian Carlassare, 48 anni, comboniano vicentino, è vescovo di Bentiu, dove vive con il suo popolo in mezzo a molteplici difficoltà. Il 23 aprile il missionario sarà a Cassano allo Ionio per ritirare il Premio “Giorgio La Pira”.
«La grande maggioranza della popolazione è sfollata a causa dei conflitti e delle alluvioni che colpiscono il territorio da cinque anni. Ci sono campi per rifugiati dove adesso sono venuti a mancare gli aiuti internazionali. C’è chi si è spostato nelle zone rurali, dove si può coltivare. Sono però completamente marginalizzati e senza accesso ai servizi: scuole, sanità e mercati per reperire le provviste.
Altri, solo per accendere il fuoco e poter cucinare ogni giorno, devono andare a cercare la legna dove non c’è più, perché per 30 chilometri il bosco è stato cancellato dagli allagamenti».
Come si pone un vescovo in una situazione così difficile?
«Penso che per un cristiano – e non solo per un vescovo – debba venire prima di tutto la testimonianza. Poi il fare causa comune con le persone che si trovano in grandi situazioni di mancanza. Dobbiamo quindi relazionarci nella solidarietà, perché la barca è una sola e non possiamo buttare a mare una parte di umanità disagiata».
Ingiustizie, stati di povertà impensabili, violenze. In passato anche lei è stato colpito da un attentato a Rumbek. Quale perdono?
«Non si vive il perdono in maniera ingenua. Significa riconoscere che la nostra umanità ha bisogno di conversione e di guarigione. Senza quel perdono si finisce per diventare quei lupi che Gesù ci ha detto essere la fonte di ogni ingiustizia. Nel momento in cui sappiamo rimanere agnelli in mezzo ai lupi possiamo essere sorgente di speranza per il mondo. Mi sono reso conto che, se davanti alla violenza e all’ingiustizia rispondiamo con rabbia e con l’impulso naturale di combatterle violentemente e con metodi ingiusti, finiremo per fare il gioco del nemico: diventare lupi noi stessi e quindi non portare nulla di nuovo. Con il cuore pacificato si apre una luce nuova. E sono proprio i martiri che nella Chiesa cattolica vengono celebrati, non perché romanticamente hanno dato la vita, ma perché hanno indicato una strada diversa da qualunque altra».
Che messaggio dà per la nostra Quaresima?
«Un richiamo ad alzarci da una situazione spesso di apatia, soprattutto di disillusione e di poca speranza. Rialzarci, ravvivare la speranza che davvero siamo parte di questa storia di salvezza che il Signore ha per tutti noi. Fare digiuno di tutta quella rabbia, quell’incomprensione e quel pregiudizio che vengono iniettati a grandi dosi nel nostro mondo».
Ha un pensiero per la Diocesi di Vicenza?
«Quest’anno è un anno speciale: si celebrano i 600 anni delle apparizioni della Madonna a Santuario di Monte Berico. Sia per tutti un momento per accostarsi con maggiore vigore alla Parola di Dio, diventando così comunità coscienti e impegnate: non chiuse in sé stesse, ma aperte e attente a costruire un mondo più giusto e fraterno».
Fiorenzo Dotto
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