Il ricordo di don Francesco

Il vescovo Domenico Pompili ha presieduto questa mattina, sabato 4 luglio, i funerali di don Francesco Andreoli, salesiano di don Bosco in servizio da 8 anni a Schio, morto in un incidente insieme ad Alberto Fioretto, animatore sedicenne che viaggiava in auto con il sacerdote.

La celebrazione si è svolta nella chiesa della parrocchia cittadina di Santa Croce (Borgo Venezia), dove è nato e cresciuto don Francesco e dove vive ancora la famiglia.

Ripotiamo alcuni tratti dell’omelia del Vescovo, commentando le letture della liturgia (Fil 4, 4-9; Sl 33; Mt 18,1-5):

Per quanto faccia strano oggi sentir parlare di allegria, solo l’allegrezza spiega vite come quella di don Francesco e di Alberto. In effetti, la loro “amabilità”, ha conquistato tutti, facendo di un giovane prete e di un ragazzo-animatore una forza più forte della morte. Ma da dove nasceva questa energia interiore che moltiplicava l’altruismo, il coraggio, o, più semplicemente, il sorriso? Dal sentire che: “Il Signore è vicino!”. E, dunque, non c’è tempo da perdere. Don Francesco – azzardo? – aveva una percezione “contratta” del tempo: avvertiva, cioè, l’urgenza di non menar il can per l’aia e di vivere ogni istante a 1000; non in velocità però, ma in profondità! Per lui, ogni parola, ogni sguardo, ogni incontro erano una scintilla per accendere la vita, per ridestarla, per rilanciarla. Nel suo breve, ma intenso testamento spirituale, lo scrive bel chiaro: “Signore, io ti posso dire solo GRAZIE! Grazie per questa vita che mi hai fatto vivere con entusiasmo, grazie per mamma, papà, Laura e Ico che sono state le persone che hanno custodito e amato da sempre una famiglia e una casa speciali! Nulla di quello che sono ci sarebbe stato senza di loro”. 

[…] Cristo Gesù è l’antidoto alla paura e all’ansia. Nell’epoca delle “passioni tristi”, le prime vittime sono proprio “i piccoli”. Quelli che don Francesco avvicinava ogni giorno, senza giudizio, conquistandone ogni volta la “confidenza”. Così è diventato un “animale da cortile”, un compagno inseparabile “per correre, saltare, gridare, ridere, cantare”, liberando in ciascuno/a la parte migliore di sé stessi, quella più originale e creativa. E questo, in virtù del suo legame speciale con il Maestro, contemplato nel Crocifisso, a riprova di un amore concreto e mai languido.

[…] Cosa, dunque, abbiamo imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in questo giovanissimo prete da oratorio? Una cosa su tutte: la sua arte educativa. Certamente salesiana, fin nelle midolla. Ma nella sua vicenda concreta e perfino nel suo epilogo, un’arte segnata dal limite e, al tempo stesso, aperta a qualsiasi possibilità. Don Francesco sapeva che l’amore ben esercitato non garantisce sempre il risultato. Nessuno può vivere al posto di un altro. C’è qualcosa di intrasmissibile nel cuore di ogni storia umana, e riconoscerlo non è una resa, è una legge che libera. Ci libera dall’ansia del risultato, dalla pretesa di controllare l’esito, dall’illusione di essere noi i protagonisti del cambiamento altrui. Don Francesco non improvvisava, ma sapeva che l’imprevisto è una promessa, non una minaccia. Come scriveva Montale “Un imprevisto è la sola speranza”. Questa speranza dia forma alla nostra vita e alla nostra passione educativa.

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(Diocesi di Verona)