
Meno negozi significa anche meno ricchezza che resta sul territorio. Tra il 2019 e il 2025, la riduzione dei punti vendita fisici e la crescita delle grandi piattaforme internazionali di e-commerce hanno spostato una parte dei consumi fuori dai circuiti economici locali.
In provincia e nel Comune di Padova i dati confermano l’avanzare della desertificazione commerciale, ma mostrano anche un settore in profonda trasformazione: diminuiscono le imprese e i lavoratori indipendenti, mentre aumentano gli addetti dipendenti.
Una crescita occupazionale che, tuttavia, non compensa la perdita di attività autonome e di presìdi commerciali diffusi sul territorio. È quanto emerge dalle elaborazioni Confesercenti sulla dinamica delle imprese e sugli effetti della desertificazione commerciale.
I dati
La desertificazione commerciale presenta un conto pesante anche alla provincia di Padova. Tra il 2019 e il 2025 le imprese registrate nel commercio al dettaglio sono scese da 10.063 a 8.597: 1.466 attività in meno, pari a una contrazione del 14,6%. Una riduzione che, secondo le elaborazioni di Confesercenti, corrisponde a una perdita di ricchezza per il territorio provinciale stimata in 219,9 milioni di euro. Per il solo Comune di Padova, la stima è di 63,6 milioni
Il fenomeno interessa direttamente anche il capoluogo. Nel Comune di Padova le imprese del commercio al dettaglio sono passate da 2.871 a 2.447, con la scomparsa di 424 attività in sei anni e una flessione del 14,8%. La ricchezza non più trattenuta dal circuito economico cittadino viene stimata in 63,6 milioni di euro.
Nel Veneto, complessivamente, le imprese del settore sono diminuite da 49.938 a 41.907: 8.031 attività in meno, pari al 16,1%, e oltre 1,2 miliardi di euro di ricchezza perduta. Padova concentra più del 18% della perdita regionale e si colloca al terzo posto tra le province venete per valore sottratto all’economia locale, dopo Verona e Treviso.
La fotografia dell’occupazione restituisce però un settore in profonda trasformazione. In provincia di Padova gli addetti complessivi sono cresciuti da 40.482 a 43.287, con un aumento di 2.805 unità, pari al 6,9%. Dietro questo incremento si nascondono due dinamiche opposte: i dipendenti salgono del 17,7%, passando da 28.997 a 34.119, mentre gli indipendenti diminuiscono di 2.317 unità, da 11.485 a 9.168, con una flessione del 20,2%.
Il divario è ancora più marcato nel capoluogo, dove gli addetti totali aumentano del 19,1% e i dipendenti del 28,1%, ma gli indipendenti scendono da 2.913 a 2.302: 611 in meno, pari al 21%.
Commento
«I dati ci dicono che il commercio padovano continua a creare occupazione, ma ci impongono di guardare oltre il saldo complessivo – dichiara Flavio Convento, presidente di Confesercenti del Veneto Centrale –. In sei anni gli addetti della provincia sono aumentati di circa 2.800 unità; nello stesso periodo, però, sono scomparse quasi 1.500 imprese e oltre 2.300 lavoratori indipendenti, mentre i dipendenti sono cresciuti di oltre 5.100 unità. Un cambiamento profondo nella struttura del settore – aggiunge Flavio Convento – La crescita, inoltre, è concentrata quasi interamente nel Comune di Padova, dove i lavoratori sono aumentati di oltre 3.000 unità.
Nel resto della provincia il saldo è invece negativo per circa 200 posti. Significa che i centri minori non stanno beneficiando dello sviluppo registrato nel capoluogo e stanno perdendo soprattutto imprese di prossimità. Ogni saracinesca abbassata non rappresenta soltanto un’impresa che chiude, ma un servizio che viene meno, uno spazio urbano che perde vitalità e una parte della ricchezza prodotta dai consumi che lascia il territorio. La sfida è quindi sostenere un’occupazione diffusa, accompagnando la crescita del settore senza disperdere quella rete di piccole imprese che garantisce servizi, presidio e qualità della vita alle nostre comunità».
Secondo Confesercenti, per ogni 100 euro spesi nei negozi fisici circa 70 rimangono nel territorio, alimentando occupazione, redditi, affitti, servizi professionali, manutenzioni e fiscalità. Quando gli acquisti si trasferiscono sulle grandi piattaforme internazionali e onlie, una quota analoga esce invece dal territorio. A livello nazionale, tra il 2019 e il 2025 sono scomparse oltre 111 mila imprese del commercio al dettaglio e sono stati “delocalizzati” circa 16,7 miliardi di euro di consumi.
Commercio di prossimità
Il commercio di prossimità agisce infatti come una vera e propria infrastruttura territoriale. Attorno a ogni attività si muovono occupazione diffusa, redditi, immobili attivi, servizi professionali, manutenzioni, tributi locali e una rete di beni e servizi accessibili, cui si aggiungono presidio degli spazi urbani, sicurezza e coesione sociale. La progressiva riduzione delle attività commerciali fisiche, insieme al cambiamento delle abitudini di acquisto, modifica profondamente questo equilibrio.
«L’e-commerce può essere un’opportunità anche per le piccole imprese, se si integra con la rete commerciale esistente – prosegue Convento –. Il problema nasce quando la crescita dei grandi marketplace indebolisce le economie locali. Per questo servono politiche strutturali di rigenerazione urbana, accessibilità, sostegno agli esercizi di vicinato e riuso degli spazi sfitti».
Proposta di legge
Confesercenti del Veneto Centrale rilancia la proposta di legge di iniziativa popolare «Misure per la rigenerazione urbana del commercio e dei servizi di prossimità», promossa per contrastare la desertificazione commerciale e riportare imprese, servizi e vitalità nei centri urbani.
«Chiediamo ai cittadini di sostenere la nostra proposta di legge di iniziativa popolare, nata per invertire questa tendenza, valorizzare le economie locali e riportare imprese e servizi nei centri urbani, rendendoli più vivi e vivibili per tutti – conclude il presidente –. Occorre rimettere al centro dello sviluppo economico l’impresa diffusa, che ha contribuito a fare delle nostre città e delle nostre strade luoghi tra i più belli e vitali del mondo. Un patrimonio che oggi rischiamo di perdere».
