Il Padiglione Venezia sbarca alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e porta al Lido il dialogo tra arte, cinema e innovazione tecnologica con la presentazione in anteprima di “ECHO”, il docufilm dedicato alla genesi e allo sviluppo dell’omonimo progetto nato nell’ambito del Padiglione Venezia della Biennale Arte 2026.
Presentato ieri sera, giovedì 10 settembre, nello Spazio della Regione del Veneto | Veneto Film Commission all’Hotel Excelsior, il documentario nasce dalla collaborazione tra Padiglione Venezia, Comune di Venezia, H-FARM e Cisco e indaga il rapporto tra arte, innovazione e nuove tecnologie, raccontando un processo creativo nel quale sensibilità artistiche, competenze tecnologiche e intelligenza artificiale si incontrano e si contaminano.
Attraverso le esperienze dello scenografo Paolo Fantin e del compositore e pianista Dardust, insieme a designer e sviluppatori di AI, ECHO racconta come il digitale stia trasformando i processi creativi. Il valore del progetto risiede proprio in questa collaborazione e nel dialogo tra sensibilità artistiche, competenze tecnologiche e nuove forme di narrazione. Il film segue il percorso che ha portato dalla concezione dell’opera alla sua realizzazione, mostrando come le tecnologie digitali possano entrare nel processo creativo non semplicemente come strumenti, ma come elementi capaci di aprire nuove possibilità di ricerca e di espressione. ECHO diventa così il racconto di una collaborazione interdisciplinare e, al tempo stesso, una riflessione sul rapporto tra creatività umana e intelligenza artificiale: un dialogo nel quale arte e tecnologia non si contrappongono, ma contribuiscono insieme alla costruzione di nuove forme di esperienza e di narrazione.
“La vera sfida di Note Persistenti, nel solco della tradizione del Padiglione Venezia, è provare ad abitare il presente e il futuro attraverso l’arte – dichiara Giovanna Zabotti, curatore Padiglione Venezia – Per questo abbiamo sentito la necessità di partecipare al dibattito sull’intelligenza artificiale e sulle nuove tecnologie, non per inseguirle, ma per interrogarle attraverso lo sguardo e la sensibilità degli artisti. Il Padiglione vuole essere un luogo di connessione, capace di costruire ponti tra arte e impresa, tra passato e futuro, tra artisti e visitatori, mettendo in dialogo creatività, ricerca e innovazione. ECHO nasce proprio da questa volontà. E farlo a Venezia assume un significato ancora più forte: una città che nei secoli ha costruito la propria identità sulla capacità di innovare e di anticipare il futuro. In questo percorso il pensiero va a Fabrizio Plessi, che prima di molti altri ha saputo trasformare la tecnologia in linguaggio artistico e che, proprio attraverso quella visione, ha contribuito a restituire al Padiglione Venezia la capacità e il coraggio di guardare avanti”.
Un’evoluzione che, nelle parole dell’assessore alla Cultura del Comune di Venezia Paolo Romor, conferma il ruolo del Padiglione come spazio capace non solo di ospitare la ricerca artistica, ma anche di favorirne lo sviluppo e la contaminazione con altri linguaggi. “ECHO dimostra quale ruolo può avere oggi il Padiglione Venezia: non soltanto uno spazio espositivo, ma un laboratorio capace di generare progetti, mettere in relazione competenze diverse e far dialogare linguaggi che normalmente percorrono strade separate – sottolinea Romor – Portare alla Mostra del Cinema il racconto di un’opera nata per la Biennale Arte significa dare continuità a quella ricerca e aprirla a un nuovo pubblico. Venezia ha una storia importante in questo rapporto tra creazione artistica e tecnologia: Fabrizio Plessi ha mostrato con largo anticipo come il digitale possa diventare materia e linguaggio dell’arte. Il compito della nostra Amministrazione è continuare a creare le condizioni perché questa sperimentazione possa avvenire, mettendo in relazione artisti, istituzioni, ricerca e competenze produttive. ECHO va esattamente in questa direzione”.
“In Echo Venezia non ha bisogno di essere raccontata, è nelle piccole cose, nei dettagli che quasi non vediamo – evidenzia il commissario del Padiglione, Maurizio Carlin – Sono queste sfumature che delineano l’anima della città. E allora bisogna solo fermarsi e ascoltare. Il docufilm raccoglie la storia intima di tutti quelli che sono intervenuti e hanno lavorato nell’allestimento del Padiglione cittadino, quella storia che oggi ogni visitatore può portare via con sé lasciando un proprio pensiero che si trasforma in nota. Ed è una nota che continua a vibrare, scende nella laguna, si deposita, rimane. E quando la musica sembra finita, quella vibrazione è ancora nell’aria come una melodia che persiste”.
La presentazione del docufilm è stata seguita da un dibattito sulla genesi di ECHO e sul confronto tra artisti, tecnologi e progettisti che ha trasformato l’idea in un’esperienza immersiva. Sono intervenuti, oltre al commissario Maurizio Carlin e al curatore Giovanna Zabotti, l’artista Paolo Fantin, Riccardo Donadon di H-FARM, Gianpaolo Barozzi di Cisco e Davide Bartolucci di SHADO (H-FARM). Ha moderato Denis Isaia, co-curatore del Padiglione Venezia. L’incontro ha inoltre offerto l’occasione per riflettere sulle nuove forme di collaborazione interdisciplinare e sul ruolo dell’innovazione al servizio della cultura e dell’immaginazione.
