

Venezia, 6 ottobre 2026
“In alto mar per dritto segno”: una nuova iniziativa di Biennale della Parola si è tenuta questa sera presso al Sala delle Colonne di Ca’ Giustinian, sede della Biennale a Venezia. Il canto di Dante per Francesco che ha all centro il Canto XI e i versi conclusivi del Canto X del Paradiso di Dante Alighieri, dedicati alla figura del Santo. I versi saranno introdotti e commentati dal Patriarca di Venezia S.E.R. Mons. Francesco Moraglia, e letti dall’attrice Lucilla Giagnoni. La mise en espace è stata di Antonello Pocetti, la musica e la diffusione del suono di Thierry Coduys.
“In alto mar per dritto segno”, il canto di Dante per Francesco si è strutturata con un’Introduzione (Canto X, 82-99 / Canto XI, 1-27), una Prima Parte (Canto XI, 28-84), una Seconda Parte (Canto XI, 85-117), una Terza Parte (Canto XI, 118-139 / Canto XII) e una Conclusione.
«Francesco è il protagonista; gli altri sono chiavi di lettura o confronti», osserva mons. Moraglia, ricordando come sia significativo che nei suoi versi il Sommo Poeta abbia scelto che a celebrarlo sia Tommaso d’Aquino, domenicano, mentre nel canto successivo sarà il francescano Bonaventura a elogiare san Domenico. Un reciproco riconoscimento che diventa anche un esame di coscienza per entrambi gli Ordini.
Il cuore del Canto XI è però la scelta della povertà. Dante la presenta come una donna, «una sposa» rimasta sola e disprezzata per secoli, che Francesco decide di scegliere radicalmente. Non si tratta, sottolinea il Patriarca, di esaltare la miseria, ma di affermare una libertà nuova: libertà dal possesso, dalla ricerca del potere e dalla trasformazione dei beni in idoli.
Francesco diventa così, nella lettura di Moraglia, «un sole» sorto ad Assisi, capace di illuminare una Chiesa che rischiava di «raffreddarsi nelle strutture e ottenebrarsi nelle ricchezze e nelle abitudini mondane». La sua grandezza nasce paradossalmente dalla rinuncia: «più Francesco rinuncia, più diventa luminoso».
La povertà, tuttavia, non significa isolamento. Francesco cerca fratelli, predica con la propria vita, chiede il riconoscimento della Chiesa e porta il Vangelo fino all’incontro con il sultano. «Il suo messaggio è così forte: non viene imposto dall’esterno, viene mostrato», osserva il Patriarca.
Ed è proprio qui che il passato torna a interrogare il presente. Francesco, conclude Moraglia, «è “piccolo” nella scelta personale e, insieme, grandissimo nella portata storica». La sua vita diventa una domanda per la Chiesa e per ogni comunità: «quanto siamo fedeli al Vangelo che diciamo di servire?».
Il testo integrale del commento del Patriarca Francesco è di seguito:
Lettura del Canto XI del Paradiso di Dante Alighieri
Intervento del Patriarca di Venezia Francesco Moraglia
sul tema “Francesco: la povertà fatta vita”
INTRODUZIONE
(Canto X, 82-99 / Canto XI, 1-27)
Lettura narrativa e orale del canto XI del Paradiso, con Tommaso d’Aquino che presenta il nuovo sole che illuminò e riscaldò la Chiesa e il mondo.
Idea guida. Nel canto XI Dante non fa soltanto l’elogio di un santo. Mette in scena un uomo che sceglie di vivere il Vangelo fino in fondo: Francesco d’Assisi. Tutto il canto converge su di lui; Tommaso è colui che parla, Francesco è il centro luminoso della scena.
1. Dove siamo: dal canto X al canto XI
Prima di presentare Francesco, Dante ci aveva condotti nel Cielo del Sole, il cielo degli spiriti sapienti: filosofi, giuristi, teologi. Nel canto X appaiono, come una corona di luce che danza, i grandi maestri della fede e del pensiero. Al centro di quella corona c’è il domenicano Tommaso d’Aquino: è lui che, nel canto seguente, prende in modo deciso la parola.
La situazione è sorprendente e bellissima: un domenicano celebra Francesco, fondatore dell’Ordine francescano. Nel canto XII avverrà il contrario: il francescano Bonaventura celebrerà Domenico. Dante costruisce così una specie di scambio fraterno. I due santi non sono messi uno contro l’altro: sono due risposte – diverse ma convergenti – che sovvengono allo stesso bisogno della Chiesa, ossia riscoprire se stessa.
Dante qui fa riecheggiare la prassi che, al tempo, era consolidata in Firenze in occasione delle feste di san Francesco e san Domenico: il 4 ottobre (festa di san Francesco) un frate domenicano teneva il panegirico del Poverello nella basilica francescana di Santa Croce; il 5 agosto, invece, giorno in cui al tempo di Dante si celebrava la festa di san Domenico (oggi trasportata all’8 agosto), un frate francescano tesseva l’elogio di san Domenico nella basilica domenicana di Santa Maria Novella.
Per intendere bene il canto XI bisogna non disperdersi; Domenico, Bonaventura e il canto XII sono per noi solamente un breve riferimento. La figura che qui Dante vuole mostrare è Francesco. Il canto esprime la forza di una vita raccontata in modo drammatico, ossia in movimento: una nascita, una scelta scandalosa, una lotta, una missione, un compimento.
Una tagliente parola iniziale
Tommaso apre con una riflessione amara sulla condizione umana. Gli uomini corrono dietro a cose “piccole”: denaro, potere, leggi, carriera ecclesiastica, armi, fama, piaceri. Dante si serve di un campionario variegato, dove ognuno è impegnato nella sua competizione e corre la sua corsa. Ma, mentre gli uomini inseguono ciò che passa, Beatrice e Dante salgono verso la verità.
Questo inizio non è una narrazione di tipo moraleggiante fine a se stessa, quasi un divagare. Al contrario e per contrasto, prepara a comprendere la figura di Francesco. Se il mondo vive di possesso, Francesco sceglie il non possesso. Se il mondo insegue la propria grandezza, Francesco cerca di farsi piccolo. La sua vicenda diventa una risposta concreta al disordine e alle pretese del desiderio umano.
San Tommaso d’Aquino, fermatosi immobile nel cerchio dei beati, come una candela in un candelabro, legge perfettamente in Dio i dubbi di Dante. Il santo s’illumina di un sorriso e di una luce più intensa, offrendosi di chiarire con semplicità le due espressioni oscure che il poeta non ha compreso appieno nel discorso precedentemente ascoltato: <<ove dinanzi dissi: “U’ ben s’impingua”, e là u’ dissi: “Non nacque il secondo”; e qui è uopo che ben si distingua>> (XI, 25-27).
PRIMA PARTE
(Canto XI, 28-84)
2. Tommaso narra la persona di Francesco
Tommaso non è un biografo neutrale. È un santo che guarda un altro santo. La sua voce ha, quindi, un tono di rispetto, di riconoscenza e anche di rimprovero rivolto al proprio Ordine. Prima di narrare Francesco, infatti, Tommaso ricorda che la Provvidenza ha dato alla Chiesa due guide: il Poverello d’Assisi, Francesco, e l’Atleta di Cristo, Domenico.
Dante li presenta come “due prìncipi” (Canto XI, 35), incaricati di una medesima missione: risanare la Chiesa. Domenico, difendendo la fede con la dottrina, la predicazione, la lucidità intellettuale, è l’Atleta di Cristo. Francesco, invece, deve riaccendere dall’interno con la povertà, la fraternità e l’imitazione radicale di Cristo ed è il Poverello d’Assisi. Uno combatte con la fede illuminata dalla ragione l’errore che s’insinua nel Vangelo; l’altro, con la vita dice quale forma deve prendere il Vangelo.
La scelta di far parlare Tommaso è decisiva; un domenicano, infatti, non può essere sospettato di esaltare Francesco per spirito di parte. Il suo elogio ha il valore di una testimonianza: riconosce nell’altro Ordine un dono necessario alla Chiesa intera.
Un racconto vivo, non una narrazione agiografica
Il canto è una narrazione viva, non una fredda cronistoria. Dante non pone Francesco in una nicchia. Francesco, anzi, si muove nel paesaggio, nella storia, nei conflitti, in una convivenza umana, in una città (Assisi); c’è una famiglia, c’è un padre che protesta, c’è una donna disprezzata che viene scelta come sposa: la povertà.
Questo è il punto: Francesco non è presentato come “icona”. Diventa Francesco attraverso gesti e scelte. Il racconto ha qualcosa di concreto, quasi di teatrale.
In un’esposizione come questa, conviene perciò far percepire la successione incalzante delle immagini: Assisi, il sole, il padre, la povertà, Roma, il Sultano, le stimmate, la morte.
3. Assisi: la geografia diventa profezia
Dante comincia da un luogo. Non dice semplicemente: “Ad Assisi nacque Francesco”. Costruisce un’ampia immagine geografica. Parla di una terra tra il Tupino e le acque che discendono dal colle scelto da Ubaldo (prima eremita e poi vescovo di Gubbio); siamo nel territorio umbro. Assisi è descritta sul versante del Subasio, esposta al sole del mattino.
La geografia qui non è un ornamento. È già una forma di linguaggio spirituale. Là “dove il sole nasce più benigno”, sorge un altro sole: Francesco. Dante prepara la metafora senza nominarlo subito, come se il lettore dovesse prima vedere l’alba e poi comprendere chi è la luce che sta per arrivare.
Il nome stesso della città entra nel gioco poetico. Dante ricorda che non bisogna chiamarla con un nome troppo povero o sminuente: è più giusto denominare la città “Oriente”. Sì, perché Assisi, secondo il lessico dell’epoca era detta “Ascesi”. Non è, quindi, una battuta geografica: Assisi diventa il luogo da cui spunta, sorge, ascende una luce nuova per la Chiesa e per il mondo.
Il “sole” di Assisi
Quando Francesco finalmente appare, Dante lo chiama “un sole”. Non è un elogio generico. Il sole dà luce e calore e Francesco, con la sua vita, illumina e riscalda una Chiesa che rischiava di raffreddarsi nelle strutture e ottenebrarsi nelle ricchezze e nelle abitudini mondane.
Ma questa luce non è autoesaltazione o affermazione di sé. Francesco non brilla perché accumula potere. Brilla perché si spoglia. In Dante, qui, la vera grandezza ha il segno del contrario: più Francesco rinuncia, più diventa luminoso.
4. La scena decisiva: Francesco e la Povertà
Il cuore poetico e teologico del canto XI è il matrimonio tra Francesco e la Povertà che Dante presenta come una vedova, rimasta sola da più di dieci secoli – dalla morte del suo primo sposo – e da allora disprezzata e reietta. Nessuno la vuole. Sì, da più di mille anni è rimasta senza compagno, dopo la morte di Cristo suo primo sposo.
Qui Dante compie una scelta dirompente, innovativa, potente. La povertà non è qui un concetto economico e sociale e neppure una pratica ascetica; è una persona. Non consiste solo nell’ “aver poco”: è, piuttosto, un modo di stare al mondo, libero dal dominio delle cose e disponibile a Dio e per Dio. Francesco la sceglie pubblicamente e la desidera per sé, ostinatamente, contro il parere del padre e contro la logica comune.
Uno sposalizio scandaloso
Il giovane Francesco rinuncia ai beni paterni e il gesto è tanto estremo da provocare uno scontro totale con Pietro di Bernardone. Dante lo racconta con un’immagine sponsale: Francesco “si unì” alla Povertà e lo fece dinanzi al padre Pietro di Bernardone, ricco mercante di tessuti. È una scena di rottura, ma anche di rinascita. Lasciando l’eredità familiare, Francesco riceve una nuova appartenenza; è una vera palingenesi.
La Povertà, agli occhi del mondo, è un connubio scomodo, altro che sposa affascinante, desiderata e scelta! È stata “scacciata”, lasciata sola ai piedi della croce. Dante ricorda Cristo: anche lui scelse la povertà, nacque povero, visse senza possesso, morì spogliato. Francesco non inventa dunque un ideale bizzarro: ritorna alla forma di Cristo. Davvero Francesco proclama quello che, poi, sarà il testamento spirituale lasciato ai suoi frati.
Dire “sposa” significa anche dire fedeltà. Francesco non fa della povertà un gesto momentaneo e solo per un periodo della vita, una scelta (come oggi si direbbe) part-time. No, le resta fedele per tutta la vita, fino a morire nudo sulla nuda terra, alla Porziuncola. La sua santità non è una fiammata sentimentale, un fuoco di paglia, ma un legame duraturo, totale, fecondo.
Povertà significa libertà, non miseria
È importante non semplificare. La Povertà non è amore della sofferenza, non è disprezzo delle cose. È libertà dal possesso, disponibilità a condividere, rifiuto di trasformare i beni in idoli. Francesco non glorifica l’assenza dei beni in sé. Chiama piuttosto la Chiesa a non tradire il Vangelo con la ricchezza e il potere, a riscoprirlo.
La sua povertà è anche fraternità. Se nulla è posseduto come proprietà assoluta, le creature possono essere guardate come sorelle e fratelli, non come oggetti da sfruttare. Da qui viene la tenerezza francescana verso gli ultimi, i malati, il creato. Il distacco non lo rende freddo: lo rende più vicino.
5. Francesco, uomo del Vangelo
Dante presenta Francesco come un uomo che prende con sincerità e verità il Vangelo. Non perché lo cita spesso, ma perché lascia che il Vangelo decida la forma della sua vita. La sua scelta è essenziale ed esigente è il Vangelo sine glossa: andare senza ricchezze, predicare, vivere tra i poveri, affidarsi alla Provvidenza.
Per questo la sua esperienza attira altri compagni. Bernardo da Quintavalle, Egidio, Silvestro e altri, che non seguono un programma di successo; sono conquistati da una possibilità di vita. Vedere Francesco significa capire che il Vangelo può ancora essere il seme vivo per la vita presente dei cristiani.
Dante insiste sul crescere della fraternità. La “famiglia” francescana non nasce da una strategia organizzativa; nasce dal fascino di una forma evangelica vissuta fino in fondo. Francesco non cerca seguaci: genera fratelli.
La predicazione con la vita
Francesco predica, certamente. Va e manda i suoi frati a predicare. Non è il rappresentante di una Chiesa afona e reticente nel predicare la Buona Novella, anche quando è scomoda per il mondo (oggi diremmo non in sintonia col “politicamente corretto”). Ma prima ancora la sua stessa esistenza è già predicazione. La Povertà cammina con lui e chi lo incontra vede una contraddizione vivente rispetto alla cultura e alla società del possesso. Per questo il suo messaggio è così forte: non viene imposto dall’esterno, viene mostrato.
Dante – e per lui Tommaso – non elenca virtù astratte. Racconta di un uomo che si spoglia, raccoglie compagni e chiede un riconoscimento che sia attestazione sicura di comunione con la Chiesa. Francesco, poi, va tra i musulmani e riceve nel corpo i segni della passione di Cristo, ovvero il sì più radicale del riconoscimento che Francesco riceve, ancor più che dall’approvazione di Innocenzo ed Onorio. È una santità fatta di obbedienza, di incontri e di rischi in prima persona, come è per chi vive il Vangelo sine glossa. Alla fine, il riconoscimento ultimo sarà il sigillo stesso di Cristo: le sacre stimmate.
SECONDA PARTE
(Canto XI,85-117)
6. Francesco e la Chiesa: obbedire senza addomesticare il Vangelo
Francesco non è un ribelle nei confronti della Chiesa. La sua povertà può sembrare una sfida all’istituzione e, in un certo senso, lo è perché la interroga profondamente. Ma Francesco non vuole costruire una Chiesa alternativa. Chiede una prima conferma orale della Regola a Papa Innocenzo III e poi ne riceve l’approvazione scritta da Papa Onorio III.
Questo è fondamentale perché Francesco è unico e personalissimo ma non individualista. Sa che il carisma deve entrare in relazione con la Chiesa e da essa dev’esser riconosciuto; non può rimanere esperienza privata. Dante qui mostra tutto il suo equilibrio: libertà evangelica e obbedienza ecclesiale.
E la Chiesa, a sua volta, ha bisogno d’esser richiamata alla sua origine. Francesco non la distrugge: la purifica dall’interno. La sua povertà le ricorda che la forza cristiana non coincide col prestigio, con la sicurezza economica, con il controllo.
Roma e il riconoscimento
Nel canto dantesco, il riconoscimento papale non cancella la forza del gesto francescano; lo rende però ecclesialmente fecondo. La Regola non è un codice freddo; piuttosto, dà forma comune a una vita evangelica. Francesco porta il suo ideale innanzi alla Chiesa perché sia strada percorribile da altri.
Il canto, poi, dà rilievo anche al viaggio in Oriente, davanti al sultano Al-Malik al-Kamil. Il gesto rivela il coraggio missionario di Francesco. Non cerca la conquista armata ma il desiderio è portare Vangelo in una terra difficile, mettendo in gioco la propria persona. Anche qui il suo stile resta coerente: nessuna forza mondana, soltanto la testimonianza del Vangelo.
7. Le stimmate: Francesco è conformato a Cristo
La vita di Francesco raggiunge il suo vertice sul monte della Verna (nel settembre 1224). Dante racconta le stimmate con un’immagine di luce e di passione: Francesco riceve nel corpo i segni della croce, non come premio spettacolare ma come sigillo di una somiglianza cercata per tutta la vita.
Qui si capisce il senso profondo della Sposa-Povertà. Francesco ha seguito Cristo povero, umile, esposto ad ogni ingiuria; alla fine porta sul suo corpo persino le ferite del Cristo crocifisso. La sua vita diventa una conformazione: non una copia esteriore, ma una partecipazione alla forma di Cristo.
Dante non trasforma il miracolo in effetto teatrale. Lo colloca al termine di un cammino coerente: prima viene la scelta, poi la fraternità, poi l’obbedienza e la missione, infine il corpo stesso racconta fino a che punto Francesco appartiene a Cristo.
La morte: tornare alla propria sposa
Francesco, sentendo vicina la morte, raccomanda ai suoi frati la Povertà, perché l’amassero. Ma sempre nella fede e non come scelta umana. È un finale commovente e lucidissimo. La Povertà non è stata solo l’inizio della sua avventura: è l’eredità più preziosa da consegnare ai fratelli.
Dante chiude così questa parte del racconto con una domanda implicita: i francescani sapranno restare fedeli? La morte di Francesco non chiude la storia, poiché la consegna chiara è la responsabilità di continuare un carisma senza svuotarlo.
TERZA PARTE
(Canto XI,118-139 / Canto XII)
8. La crisi dei Domenicani: perché Tommaso la denuncia
Dopo aver celebrato Francesco, Tommaso guarda il proprio Ordine. Ed è qui che il canto cambia tono. Il domenicano considera la sua comunità e vede che molti hanno abbandonato la strada indicata da Domenico. La vigna del Signore, un tempo ricca di buon frutto, produce erbacce.
L’argomento cambia ma non cambia colui che parla. La logica dantesca è chiara: Tommaso, proprio perché parla del suo Ordine, ha l’autorità di denunciarne la crisi. Nessuna istituzione è al sicuro solo perché possiede una grande origine.
Domenico aveva ricevuto una missione di rigore evangelico e di difesa della verità ma l’Ordine può smarrirsi se la dottrina diventa orgoglio, carriera, interesse. La parola di Tommaso è dolorosa: non basta avere un fondatore santo; bisogna restare fedeli alla sua direzione.
Un elogio che diventa esame di coscienza
Qui il gesto poetico di Dante è molto moderno: Tommaso loda Francesco, non se stesso. E, subito, critica il proprio Ordine. La santità dell’altro diventa uno specchio che costringe ciascuno a verificarsi.
Per questo la crisi domenicana è funzionale alla figura di Francesco. Francesco non è soltanto una gloria del passato; è il criterio con cui leggere il presente. La sua povertà chiede al suo Ordine, a tutti gli Ordini e all’intera Chiesa, se il Vangelo è ancora e realmente la forma della loro vita.
9. Il canto XII: Domenico, Bonaventura e lo specchio reciproco
Una breve incursione nel canto successivo, in cui Dante completa il disegno: Bonaventura, francescano, racconta Domenico. La struttura è parallela: come Tommaso celebra Francesco, così Bonaventura celebra il fondatore dell’Ordine domenicano. È un reciproco riconoscimento, quasi una fraternità poetica tra i due carismi.
Domenico appare come il santo della parola, della predicazione, della lotta contro l’eresia. Se Francesco è il “sole” della povertà evangelica, Domenico è la forza che custodisce la verità della fede chiarendola con la ragione. Entrambi sono essenziali alla Chiesa, seppur con accenti diversi.
Non bisogna però spostare il fuoco del nostro discorso: il canto XII riscontra e rinforza il canto XI perché mostra come Dante non ragiona per rivalità. Francesco e Domenico sono due ali; nel canto XI noi vediamo il volo di Francesco, in quello successivo quello di Domenico.
Bonaventura e la crisi francescana
Bonaventura compie, infine, un gesto analogo a quello di Tommaso: dopo aver lodato Domenico, denuncia la decadenza del proprio Ordine. I francescani non sono fedeli a Francesco soltanto perché ne portano il nome. Alcuni deviano e vanno in direzioni opposte, litigano, si irrigidiscono, deformano il carisma.
La critica di Bonaventura rende ancora più forte la conclusione del canto XI. Francesco aveva affidato i suoi frati alla Povertà; il canto XII mostra quanto quella consegna è fragile. Il problema non è commemorare Francesco ma, piuttosto, non tradirlo. Un carisma può essere celebrato a parole e, insieme, svuotato nei fatti.
Dante non condanna per gusto di polemica. Pone una domanda ad un tempo spirituale e storica: come conservare una sorgente quando diventa un’istituzione? La risposta non è il ritorno nostalgico al passato; è una fedeltà creativa, capace di esprimere sempre il Vangelo nell’oggi.
CONCLUSIONE
10. Linguaggio e immagini per comprendere
Per cogliere fedelmente quanto narra il canto XI è utile insistere anche sul suo linguaggio. Dante non costruisce un discorso teorico sulla povertà; crea una sequenza di immagini memorabili. Prima il sole che nasce da Assisi (Ascesi o, meglio, Oriente), poi la povertà – come sposa abbandonata – e infine il pecuglio (il gregge) domenicano alla ricerca di nuovi pascoli. Ognuna di tali immagini porta con sé un chiaro giudizio sul presente.
L’immagine del sole parla della luce che fu – ed è tutt’ora – Francesco per la Chiesa e per il mondo. La sposa dice, invece, la scelta senza se e senza ma, di Madonna Povertà. E il pecuglio domenicano – a ben vedere come quello francescano (lo dice Bonaventura nel canto successivo) – è stretto tra chi devia dalla regola e chi la stringe troppo. Si tratta dei sostenitori della linea cosiddetta “larga”, i favorevoli alla comunità, e gli Spirituali o Zelanti che chiedevano l’osservanza più rigida del testamento di Francesco. In tal modo, il canto tiene insieme biografia, teologia e anche storia della Chiesa. È elevato e alto, ma non cerebrale: si lascia seguire come una storia di volti e di gesti.
Richiamiamo ancora l’immagine del pecuglio domenicano a cui si riferisce Tommaso. Accenno alcuni versi del travisamento (124-132) in cui san Tommaso usa la metafora del gregge che si allontana dal sentiero del fondatore: “Ma ‘l suo pecuglio di nova vivanda…” (124) “…è fatto ghiotto, sì ch’esser non puòte” (125) “che per diversi salti non si spanda” (126); “e quanto le sue pecore remote” (127) “e vagabunde più da esso vanno” (128), “più tornano a l’ovil di latte vòte” (129). “Ben son di quelle che temono ‘l danno” (130) “e stringonsi al pastor; ma son sì poche” (131), “che le cappe fornisce poco panno” (132).
Il significato della metafora è chiaro: il pecuglio è il gregge dei domenicani, sviato dai beni materiali alla ricerca di nova vivanda. I salti sono i pascoli montani scoscesi, simbolo delle strade sbagliate. Il ritorno, infine, le pecore che tornano all’ovile vuote di dottrina e virtù.
11. Santità controcorrente, per una “chiusura aperta”
La forza narrativa deriva anche dal contrasto. All’inizio del canto gli uomini sono agitati, distratti e occupati in molte faccende. Francesco va nella direzione opposta: la sua vita sembra disattendere ciò che il mondo considera indispensabile, ma proprio per questo acquista un’altra pienezza. Dante non nega il peso della storia: mostra che dentro la storia può nascere una libertà diversa.
Tale contrasto è detto con parole semplici ma chiare: il mondo accumula, Francesco si spoglia; il mondo possiede, Francesco riceve; il mondo cerca il successo, Francesco cerca il Vangelo. Non è né una cantilena, né uno scioglilingua, ma la struttura profonda del personaggio dantesco.
Il problema del tempo di Dante
Francesco è morto da poco meno di un secolo, quando Dante – fra il 1316 e il 1317 – scrive questo canto. Francesco, quindi, non è un personaggio contemporaneo in senso stretto, eppure il suo esempio è attualissimo proprio perché gli Ordini religiosi e la Chiesa, al tempo in cui Dante scrive, attraversano tempi di crisi e di compromesso. Il poema non usa Francesco per fuggire nel passato; piuttosto, lo usa per giudicare il presente.
Qui la lettura spirituale e quella civile coincidono. La fedeltà al Vangelo riguarda i singoli, ma riguarda anche le comunità, le istituzioni e il modo in cui il potere viene esercitato. Francesco è “piccolo” nella scelta personale e, insieme, grandissimo nella portata storica. Mostra che una vita può diventare una domanda rivolta a tutti.
Una voce che non è retorica
Il canto esalta Francesco, ma non lo addolcisce. La sua scelta è scomoda, mette in crisi il padre, impone rinunce ai compagni, espone al fallimento e al pericolo. Anche la missione presso il sultano non è una narrazione facile e pacifica: è un viaggio nell’incertezza. Il santo narrato da Dante è un uomo che rischia.
La sua dolcezza non è debolezza. Nasce da una decisione ferma. Per questo Francesco può essere insieme umile e autorevole, povero e luminoso, mite e risoluto. Tanto da scrivere nel suo testamento: “E dopo che il Signore mi dette dei frati, nessuno mi mostrava che cosa dovessi fare, ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del santo Vangelo – e subito aggiunge -… Ed io la [regola] feci scrivere con poche parole e con semplicità, e il signor Papa me la confermò” (Francesco, Testamento spirituale). Sono proprio questi contrasti a rendere il ritratto di Francesco così umano e così alto.
12. La chiave di tutto è Francesco che rimane al centro
Il canto XI è uno dei grandi ritratti di santità della Commedia perché non separa mai il cielo dalla terra. Francesco nasce in una città precisa, affronta un padre, sceglie una sposa disprezzata, cerca l’approvazione della Chiesa, attraversa il mare, riceve le stimmate e muore affidando un compito ai suoi frati.
Tutto questo, però, è tenuto insieme da un unico centro: seguire Cristo povero. La Povertà è la grande immagine del canto, perché dice il cuore della sua vocazione. Francesco non è povero per esibizione ascetica; è povero per essere libero di appartenere a Dio e ai fratelli.
Tommaso e Francesco, ma anche Domenico e Bonaventura, con la regia di Dante, ci aiutano a leggere questo ritratto da prospettive diverse. Ma il volto che resta davanti a noi è quello di Francesco la cui luce, dopo otto secoli dalla sua morte, non smette di interrogare la Chiesa domandando: quanto siamo fedeli al Vangelo che diciamo di servire?
