
I momenti più duri sono quelli in cui la persona scomparsa è morta all’improvviso. O è di giovane età, addirittura un bambino: «Vai in tilt anche tu, per primo. È molto difficile intervenire perché la sofferenza della famiglia è enorme: si possono dire poche parole, non di più, per non rischiare di urtare i sentimenti». Sebastiano Pellanda, volontario della parrocchia di Santa Maria a Marostica, racconta un’attività che svolge da quattro anni e che è del tutto particolare: è “Ministro della consolazione”. D’intesa con il suo parroco, quando questi è impossibilitato a farlo Sebastiano si reca dalle famiglie che hanno appena vissuto un lutto.
Le attività del Ministro della consolazione si svolgono su stretta indicazione del parroco. In particolare, si reca alla chiusura della bara: «C’è un rito che prevede una lettura del Vangelo, in camera mortuaria e alla presenza dei famigliari. Di seguito, l’impresa funebre chiude la cassa. Spesso accompagno il corteo funebre al cimitero per la sepoltura dopo il funerale». Inoltre, Pellanda svolge il rito di benedizione delle ceneri. «È una cosa che, dentro di me, ho sempre sentito di voler fare: una sorta di vocazione. Quattro anni fa su impulso del parroco ho fatto il corso per svolgere questa attività – spiega il volontario – da allora, capita quasi ogni settimana». L’accompagnamento non si limita alle sole preghiere. Il volontario contatta la famiglia in cui è avvenuto il lutto e offre sostegno. Che tipo di supporto? «È difficile anche solo trovare le parole – osserva Pellanda – si cerca più che altro di stare in silenzio e ascoltare quello che vogliono dirti loro. Perché è molto difficile avere una risposta. Io di solito sto in ascolto, mostro vicinanza, cerco di evitare interventi che possano urtare le idee altrui. Le famiglie del resto spesso mi conoscono già, perché vado anche a portare la comunione agli anziani». Il contatto con la famiglia prosegue anche nei giorni successivi al funerale. «Non si “sparisce” – sottolinea il diacono -. Spesso il fatto di essere contattati da qualcuno che gli chiede come stanno, se vogliono che passi a fare quattro chiacchiere, a bere un caffè, trasmette loro serenità. Allevia il peso della mancanza del familiare». E se gli interventi più semplici sono quelli in cui il decesso segue un percorso più o meno naturale, ed era in qualche modo previsto, diverso è per le morti improvvise o per i decessi di giovani e giovanissimi. «Quando succede, mi confronto sempre prima con il sacerdote su cosa dire. È molto, molto difficile perché ti trovi davanti ad un dolore enorme. Alla famiglia si possono dire poche parole, non più di quelle: che il loro caro è sempre vicino e che non l’hanno perso, che sarà sempre nel loro cuore. Ma non di più. E la cosa migliore è che in questi casi sia presente anche il sacerdote».
Ma l’attività, insiste Pellanda, fa bene sia alle famiglie che allo stesso “ministro della consolazione”. «È vero, dare sostegno in questo modo ti toglie forza. Non si può fare per più di una o due famiglie la settimana. Ma è un gesto che dona carica spirituale e coraggio, allo stesso tempo. Ti dà la sensazione – conclude il diacono – di avere dato qualcosa a chi ne aveva bisogno e torni a casa contento».
di Andrea Alba
© RIPRODUZIONE RISERVATA.
