
“Non è possibile dimenticare i poveri, se non vogliamo uscire dalla corrente viva della Chiesa che sgorga dal Vangelo e feconda ogni momento storico”. È un passaggio dell’esortazione apostolica Dilexi te di papa Leone XIV, che mette in guardia i cristiani dal farsi “contagiare da atteggiamenti segnati da ideologie mondane o da orientamenti politici ed economici” al punto dal considerare la carità “ come se si trattasse della fissazione di alcuni e non del nucleo incandescente della missione ecclesiale”. «Sentiamo queste parole molto in sintonia con il carisma del nostro fondatore. San Luigi Maria Palazzolo lo ripeteva sempre: “I poveri li trovi nel cuore di Gesù”, e quindi devono essere nel cuore della Chiesa, come ci ricorda il Papa». A parlare è suor Marina Ghilardi, 65 anni, nuova responsabile, dallo scorso settembre, dell’istituto Palazzolo di Contra’ Burci, a Vicenza, che abbiamo intervistato in occasione della Giornata mondiale dei poveri di domenica 16 novembre.
Suor Marina, il Palazzolo si prendeva cura di “quelli che nessuno vuole”. Secondo lei, oggi, quale categoria di poveri la nostra società non vede o non vuole vedere?
«A mio avviso, le donne vittime di violenza con i loro figli. Il grosso problema è che, una volta aiutate a risollevarsi, non trovano casa per l’emergenza abitativa e rimangono in carico ai servizi. Anche quando hanno trovato lavoro. Nessuno vede questa povertà dell’emergenza abitativa e oggi è un grosso problema, considerando che ci sono numerosi appartamenti vuoti che nessuno vuole affittare. Bisognerebbe che tutti, a cominciare dai servizi preposti, facessero un passo in più. Anche le nostre parrocchie, magari pensando di mettere a disposizione le canoniche rimaste vuote con affitti calmierati ».
Qui a Vicenza ospitate una comunità per disabili, richiedenti asilo seguiti dal Centro Astalli e madri in difficoltà. Cosa significa per la vostra comunità essere in contatto ogni giorno con queste persone?
«Significa vivere in modo più concreto il nostro carisma. Essere attenti ai più fragili arricchisce la nostra vita, perché noi stessi siamo poveri e fragili, anche se pensiamo che lo siano solo gli altri. Il contatto con i poveri ci aiuta a metterci in sintonia con tutti, ad essere capaci di accogliere sentendoci sorelle e fratelli in cammino».
Prima di arrivare a Vicenza, ha vissuto in una comunità di Brescia per donne e minori maltrattati. Che esperienza è stata?
«Sono arrivata a Brescia nel 2017, dopo 6 anni di servizio come provinciale d’Italia. Prima ancora ero stata segretaria generale della congregazione, nella casa madre di Bergamo. Per cui venivo da diversi anni in cui mi ero presa cura delle nostre comunità e delle nostre suore, in giro per il mondo. Quelli di Brescia sono stati gli anni più belli della mia vita. Davvero il lavoro quotidiano da fare era offrire una casa, una famiglia a ragazzi, ragazze e donne che avevano subito violenze».
Era un lavoro difficile? C’era il desiderio di “essere famiglia” da parte di chi, proprio nel contesto famigliare, aveva subito violenza? Non c’era un rifiuto di questa idea?
«No, tutt’altro, c’era tanta voglia di una famiglia normale. Di un ambiente dove puoi sperimentare che è possibile vivere relazioni che costruiscono e non distruggono. Sono stati anni molto belli anche per la collaborazione con i laici, che da tempo coinvolgiamo con ruoli di responsabilità all’interno dei nostri servizi, trasmettendo il nostro carisma».
Lei è originaria di Fiobbio di Albino, in provincia di Bergamo, dove è iniziata l’opera del Palazzolo. Non ha fatto fatica ad entrare in contatto con il suo carisma, immagino…
«In realtà non era nei miei progetti diventare suora. Avevo anche un ragazzo. Poi, un giorno, il nostro gruppo giovani incontrò una missionaria delle Poverelle che esclamò:“possibile che nessuna di voi voglia farsi suora? Tu, la in fondo, per esempio”, disse, indicando me. “Figurati”, pensai. Però la domanda rimase. E fu importante anche l’incontro con l’Istituto Palazzolo di Rosà, che i giovani del mio paese frequentavano».
Oggi la vostra congregazione che momento sta vivendo?
«Del sempre maggiore coinvolgimento dei laici ho già detto, anche se la difficoltà nel gestire servizi come i nostri sta anche nella mancanza di personale, soprattutto educativo. Come vocazioni, devo dire che ogni anno in Italia, c’è sempre una giovane postulante. Dall’Africa arrivano più vocazioni, abbiamo venti postulanti in Congo in questo momento. Abbiamo comunità in Congo, Burkina Faso e Costa d’Avorio per i Paesi francofoni, in Malawi e in Kenya per i Paesi anglofoni. Siamo presenti in Brasile, con due comunità e in Perù».
In Perù siete presenti nella Diocesi di Chiclayo, dove era Vescovo un certo padre Prevost…
«È vero, Papa Leone è stato nostro Vescovo e ci ha aiutato molto nel dare inizio alla nostra comunità. Lui davvero è stato un Vescovo che si è voluto sporcare le mani con i poveri».
Andrea Frison
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