Il monito di Jeremy Rifkin: ‘L’acqua si sta rivoltando contro di noi’

“Non viviamo su un pianeta di terra. Viviamo su un pianeta d’acqua. E ora l’acqua si sta rivoltando contro di noi”. A pronunciare il monito è l’economista e sociologo statunitense Jeremy Rifkin, da anni tra i più noti divulgatori di una lettura sistemica della transizione ecologica, in un’intervista all’Adnkronos in occasione della sua presenza a Venezia alla seconda edizione della Venice Climate Week – dal titolo “Planet Aqua, Planet Peace” -, evento che rappresenta un punto di riferimento internazionale per la rigenerazione ecologica e la diplomazia climatica. Rifkin non descrive un conflitto simbolico tra uomo e natura in senso poetico, ma prova a definire un cambiamento fisico e misurabile nel funzionamento del pianeta: l’acqua, sostiene, “non è più solo il fondamento della vita sulla Terra, ma anche il principale vettore attraverso cui si manifestano gli squilibri climatici generati dall’attività umana”.

CTA

Per capire il senso dell’affermazione di Rifkin, bisogna abbandonare l’idea tradizionale della Terra come “pianeta di terraferma”. In realtà, la superficie del globo è dominata dall’acqua: oceani, ghiacci, vapore atmosferico, fiumi e falde costituiscono un unico sistema interconnesso, l’idrosfera. È in questo contesto che la provocazione del “Pianeta Acqua”, come si intitola anche il suo ultimo libro pubblicato da Mondadori, acquista significato: non si tratta di un esercizio retorico, ma del tentativo di spostare l’attenzione dal suolo al ciclo idrologico come infrastruttura primaria della vita.

Se si assume questa prospettiva, spiega Rifkin. l’acqua non è più una risorsa tra le altre, ma il linguaggio attraverso cui il pianeta comunica i suoi cambiamenti.È una prospettiva che cambia completamente il modo di osservare la crisi climatica. Per decenni il dibattito si è concentrato sulle emissioni, sulle temperature e sulla transizione energetica. Tutti temi fondamentali, ma che rischiano di far perdere di vista il protagonista principale della trasformazione in atto: l’acqua. “Abbiamo utilizzato carbone, petrolio e gas naturale per alimentare il nostro sviluppo”, osserva Rifkin. “Ma l’effetto di questi combustibili fossili è stato quello di accumulare nell’atmosfera quantità sempre maggiori di anidride carbonica, metano e altri gas serra”. Queste molecole agiscono come una coperta invisibile che trattiene il calore e impedisce alla Terra di disperdere parte dell’energia ricevuta dal Sole. Da qui nasce il fenomeno che oggi è sotto gli occhi di tutti: l’aumento della temperatura globale.

Ma il vero punto, per Rifkin, è che il riscaldamento non riguarda soltanto il termometro. A cambiare è soprattutto il comportamento dell’acqua. “Per ogni grado Celsius in più”, spiega, “l’atmosfera può contenere circa il 7% in più di umidità”. Significa che gli oceani, i laghi, i fiumi e i terreni cedono all’aria quantità sempre maggiori di acqua sotto forma di vapore. E quell’acqua, prima o poi, torna a terra. Il problema è il modo in cui lo fa. Le piogge diventano più intense, gli eventi estremi più frequenti, le alluvioni più devastanti. Allo stesso tempo, le aree colpite dalla siccità vedono aumentare l’evaporazione e ridursi la disponibilità idrica. Il risultato è un’alternanza sempre più marcata tra eccesso e carenza d’acqua.

È in questo senso che Rifkin parla di una “rivolta” dell’acqua. Non perché l’acqua sia diventata una minaccia, ma perché il ciclo idrologico, alterato dal riscaldamento globale, sta reagendo con una forza che le società umane non sono preparate a gestire. La questione, precisa l’economista e sociologo della transizione ecologica, non riguarda una presunta scarsità della risorsa. Quando gli viene chiesto se l’acqua possa essere considerata una materia rara, Rifkin risponde con decisione che il problema è posto in modo sbagliato. Le molecole d’acqua che beviamo oggi, ricorda, esistono da miliardi di anni e continuano a circolare attraverso il pianeta. “Non stiamo finendo l’acqua”, spiega. “È il suo comportamento che sta cambiando”. In altre parole, non è la quantità complessiva a essere in discussione, ma la sua distribuzione e la sua capacità di sostenere gli ecosistemi e le attività umane nelle modalità a cui eravamo abituati.

Per questo Rifkin invita a un cambiamento di prospettiva radicale. Per secoli l’umanità ha cercato di adattare l’acqua alle proprie esigenze: ha costruito dighe, deviato corsi d’acqua, bonificato territori e progettato città pensando di poter controllare i processi naturali. Oggi, sostiene, questa logica mostra tutti i suoi limiti. “Non dobbiamo adattare l’acqua a noi”, afferma. “Siamo noi che dobbiamo adattarci all’acqua”. È probabilmente questa la frase che meglio riassume il suo pensiero. In un pianeta sempre più caldo e instabile, continuare a considerare l’acqua come una semplice risorsa da sfruttare rischia di essere un errore fatale. Occorre invece riconoscere che la nostra sopravvivenza dipende dalla capacità di comprendere e rispettare il funzionamento del ciclo idrologico. (di Paolo Martini)