
In linea con il recente magistero pontificio – di Francesco prima e di Leone poi – e con il cammino sinodale delle chiese in Italia, la diocesi di Verona sta vivendo in questi mesi un percorso particolare di ascolto e reciprocità che prevede, per così dire, tre fasi.
La prima, già conclusa, era chiamata a individuare alcuni snodi e priorità per permettere alla Chiesa veronese di rinnovare e rendere più efficace il suo cammino: è quello che è stato fatto, con il coinvolgimento di quasi 3.000 delegati, nelle Assemblee vicariali (gennaio-marzo) e in quella diocesana (16 maggio). Il vescovo Domenico Pompili ha affermato che tutta questa fase e il momento unitario in particolare si può definire una grazia inattesa come evidenziato da tre ingredienti particolari: «La partecipazione alta, il clima di ascolto reciproco, la qualità delle conversazioni». Ha aggiunto a partire anche dal confronto con le verifiche finali inviate dai delegati a Isola della Scala: «Anche chi era arrivato con scetticismo, anche chi non si aspettava granché, ha trovato un senso inaspettato in quella giornata. Questo non è un dettaglio consolatorio: è un segno. Vuol dire che qualcosa di reale è accaduto, qualcosa che non dipendeva solo dall’organizzazione o dalla buona volontà, ma da un movimento più profondo. Le proposizioni che abbiamo scelto insieme lo mostrano bene: riguardano la cura delle persone fragili, la cura della liturgia, la Parola e i percorsi di iniziazione cristiana; la formazione alla fede adulta; le relazioni tra noi. Non sono temi tecnici. Sono il cuore di ciò che siamo come chiesa. Sono le domande che tornano, che non si lasciano archiviare, che chiedono di essere abitate con serietà. E poi c’è la pace. La pace non è delegata ad alcuni, non è sensibilità o compito di qualcuno. È desiderio e stile che attraversano ogni cosa: il modo in cui lavoriamo, in cui decidiamo, in cui ci trattiamo gli esseri viventi e le cose, in cui accompagniamo le comunità nei loro conflitti. La mozione sulla pace non sta accanto al nostro lavoro: sta sotto, come fondamento trasversale di tutto».
Si è trattato, appunto solo della prima fase, da cui è emersa ulteriormente il compito specifico di «tenere aperto un processo», ovvero si tratta di «non di chiudere, ma di aprire; non di arrivare a una conclusione, ma di iniziare insieme un discernimento autentico».
Nella seconda si tratta di consegnare al Vescovo una serie di proposte concrete rispetto a queste priorità: in particolare, questo compito è affidato, con il suo specifico, ai referenti e incaricati dei Servizi di Curia (a partire dall’incontro di sabato 13 giugno), al Consiglio pastorale diocesano e al Consiglio presbiterale (a partire dall’incontro congiunto di sabato 27 giugno). La terza fase si aprirà con la consegna della lettera pastorale Sulla via (8 settembre 2026): sarà il tempo, a livelli e secondo competenze specifiche, di concretizzare ulteriormente le proposte.
Queste ultime due fasi rispondono anche all’esigenza di concretezza emersa dalle verifiche dei delegati. Precisa il Vescovo: «Occorre intendersi sulla concretezza. Esiste una concretezza facile. Viene dal fatto che qualcuno decide e molti eseguono. È rapida, misurabile, rassicurante. Dà l’impressione che le cose si muovano. Ma è una concretezza che lascia le persone fuori dal processo. E quella solitudine, alla lunga, logora. Esiste poi una concretezza diversa, difficile. È più lenta. Meno immediata. A volte più faticosa. Ma è quella che dura, perché nasce da un processo che le persone hanno attraversato insieme. Passa per la continuazione di questo ascolto avviato, passa per decisioni che proviamo a prendere insieme, passa per il nostro coraggio di pensare e di fare altrimenti. È questa la concretezza che l’Assemblea diocesana ci ha chiesto di praticare. Non ci ha chiesto di essere veloci. Ci ha chiesto di essere rapidi».
Rifacendosi all’episodio di Maria e Giuseppe al Tempio con Gesù adolescente aggiunge: «Siamo rapiti da quello che ci sta a cuore, sopra e prima di tutto, e cioè il Figlio che si è smarrito ai nostri occhi e che dobbiamo ritrovare, seguendo la via dell’essenzialità, della profondità e della reciprocità».
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