
“Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora posto. Là dunque, poiché era il giorno della Parascève dei Giudei e dato che il sepolcro era vicino, posero Gesù”.
Così la fine del Vangelo della passione secondo Giovanni, che ci è stato appena proclamato.
Questo luogo è là dove oggi si erge la Chiesa del Santo Sepolcro, a Gerusalemme. Luogo di dolorosa contraddizione. Luogo in cui stamane il Patriarca latino di Gerusalemme, Card. Pierbattista Pizzaballa, ha celebrato questa nostra stessa funzione, assieme ad un numero limitato di religiosi, a causa di misure restrittive per la guerra che da ormai troppo tempo sta sconvolgendo le terre del Medio Oriente, come anche altre parti del mondo, in Europa, in Africa, in Asia. Siamo vicini alla comunità cristiana di Gerusalemme, la nostra Chiesa madre, e a tutta la comunità di Terra Santa. Lo saremo con le collette di questo nostro Triduo, lo siamo soprattutto nella preghiera e nell’invocazione di Gesù, il Servo sofferente, il mite re di pace.
Al centro fisico, per così dire «spaziale» di tanta violenza, di una storia secolare di odi e di rancori, al centro di una cronaca che non riusciamo più a seguire e tanto meno a decifrare, al cospetto di politiche e di ideologie che tornano a considerare l’uso della guerra come legittimo, ed utile a risolvere le questioni delle relazioni tra popoli e nazioni, là al centro, sta un giardino e, nel giardino, un sepolcro. Un sepolcro nuovo, dice il Vangelo, nel quale nessuno era stato ancora posto.
Il giardino richiama l’immagine del giardino delle origini, il luogo della relazione dell’umanità con Dio ancora buona, non corrotta, non distorta, non negata, fatta di fiducia, di vita, prima che il maligno suggerisse il sospetto dell’umanità nei confronti della bontà di Dio.
La promessa di questo giardino è promessa di Dio, e rimane per sempre. Ma è proprio in un giardino che viene collocato il sepolcro, il luogo cui sono destinati i giorni dell’uomo quando vuole fare da solo, quando non si fida di Dio, quando si crede autosufficiente e potente.
Ma è proprio quel sepolcro, a Gerusalemme, che ha ospitato solamente Gesù deposto dalla croce, a essere il centro non della violenza e del male, bensì dell’amore infinito di Dio per noi, della potenza invincibile del nostro Dio, è il centro della fiducia, della speranza, della vita.
Ora contempliamo la croce e ne vediamo la crudele definitività di morte. Vediamo il sepolcro, custode della morte. E continuiamo a vedere la potenza del male, che non si ferma, che non si placa, che continua a nutrirsi di arroganza e di disprezzo per la sacralità della vita umana.
Ma con la forza del Signore e del suo Spirito, alla luce della Parola di Dio, lampada di salvezza e di speranza per i nostri passi, vediamo la Croce quale essa è, mezzo e strumento di salvezza, di vita, di speranza, di gioia.
Sulla Croce si realizza la vittoria dell’amore sul male, della vita sulla morte. Lo canta uno degli inni di questa liturgia:
“O croce fedele e gloriosa,
o albero nobile e santo,
un altro non v’è nella selva,
di rami e di fronde a te uguale.
Pietoso il Signore rivolse
lo sguardo al peccato di Adamo:
quand’egli del frutto proibito
gustò e la morte lo colse,
un albero scese a rimedio
del male dell’albero antico”.
Ora vediamo il sepolcro al centro del giardino, a conferma di paure di morte, ma nella fede pasquale noi sappiamo che quel sepolcro, abitato soltanto dal corpo di Gesù, non lo ha trattenuto ed ora e per sempre lo contempliamo vuoto.
E se attorno, ancora oggi, ci sono porte e cancelli che possono chiudere il passaggio al giardino, e al sepolcro al suo centro, nulla poté nella notte impedire che l’amore di Dio rotolasse via la pietra che chiudeva quel sepolcro, e nessuno, mai più potrà sigillare la vita che ha vinto.
Il giardino e il sepolcro in esso sono al centro fisico, spaziale e spirituale di tutto il bene del mondo, della vittoria della vita sulla morte, l’annuncio mai più revocato della forza dell’amore di Dio.
Liturgia del Venerdì santo
03.04.2026 – Cattedrale di Treviso
Omelia del Vescovo Michele
