
Suor Elisabetta Bresciani ha 42 anni ed è a tutti gli effetti una suora operaia, anche se nell’azienda in cui lavora, attiva nel settore farmaceutico, si occupa di controlli e sicurezza dei farmaci. Non si tratta di una scelta personale, ma del preciso carisma della sua congregazione, le Suore Operaie della Santa Casa di Nazareth. «Siamo una famiglia religiosa nata nel 1900 a Brescia, su iniziativa di un parroco con una grande visione profetica, Arcangelo Tadini (canonizzato da Papa Benedetto XVI nel 2009, ndr). Erano gli anni della Rerum Novarum, la questione operaia era in primissimo piano e il nostro fondatore aveva compreso la necessità di una presenza anche nel mondo del lavoro, di una testimonianza cristiana». Intuizione che la congregazione di suor Elisabetta ha tenuto viva per oltre un secolo.
Suor Elisabetta, cosa cercate di portare nel mondo del lavoro?
«Il mondo del lavoro è molto cambiato dai tempi di Tadini, ma il nostro carisma è rimasto. I suoi tratti essenziali sono l’evangelizzazione del mondo del lavoro e la spiritualità di Nazareth; la quotidianità è la missione che svolgiamo su vari fronti. Uno di questi è proprio la condivisione del lavoro, in base alle competenze e agli studi che ciascuna di noi possiede o ha maturato negli anni».
La tua comunità si trova a Padova, ma la sede dell’azienda dove lavori è a Bolzano Vicentino. Come riesci a conciliare i tempi del lavoro con la vita religiosa?
«Conciliare la vita religiosa con la vita lavorativa non è un problema. Il punto è superare la dualità tra fede e lavoro, un grande passo che ancora incontra molte resistenze. La fede abbraccia tutta la vita. È una grazia poterla vivere nel proprio ambiente lavorativo, che non va messo tra parentesi».
Una parte importante della tua vita è dedicata alla pastorale. Che attività svolgi in questo ambito?
«A Padova, in zona industriale, gestiamo uno sportello di ascolto per i lavoratori. Ci occupiamo soprattutto di chi intende cambiare lavoro o riqualificarsi per approdare a una professione diversa. Sono casi che richiedono tempo di ascolto e un aiuto che le agenzie per il lavoro non offrono. Aiutiamo nella stesura dei curriculum, diamo qualche dritta per i colloqui e teniamo i contatti con tante realtà, comprese le Caritas. Oltre all’attività di sportello, organizziamo visite pastorali nelle aziende in occasione del Natale o della Pasqua. Questa esperienza a Padova ha una lunga tradizione».
Ti presenti in azienda con l’abito religioso, velo compreso?
«Nell’azienda dove lavoro l’ho sempre portato, ma non è così in tutti gli ambienti. Dipende dalle richieste dei titolari o dalle scelte delle stesse sorelle. Dipende dalle persone con cui si ha a che fare o dalle mansioni che si svolgono, che possono richiedere indumenti specifici. C’è stato un periodo in cui ho lavorato alle poste: in quel caso ero in borghese».
E il rapporto con i colleghi?
«Sto vivendo relazioni bellissime, perché si parte sempre dall’umano che è in ciascuno di noi».
La pastorale del lavoro, almeno nella nostra Diocesi, ha avuto una stagione “eroica” negli anni ’70 e ’80. Oggi che stagione sta vivendo?
«Il cristiano vive un certo nascondimento nella vita lavorativa. È importante superare la scissione tra fede e lavoro, ma è vero anche che tanti cattolici vivono cristianamente il loro lavoro senza fare rumore. Gli anni ’70 e ’80 sono stati molto “rumorosi”, ma la nostra congregazione è nata ben prima: proveniamo da un’esperienza diversa. Penso che il lavoro sia un ambito in cui si fa il bene silenziosamente. Non ha bisogno di grandi palcoscenici: l’amore passa da lì, passa per l’ordinarietà. Nel lavoro tanti cristiani vivono la loro fede. Senza fare rumore».
Andrea Frison
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