50° del terremoto. Il Vescovo Michele a Tricesimo (Udine) ricorda il gemellaggio con la nostra Caritas: “Siamo diventati amici nella prova”

Ricorre quest’anno il cinquantesimo anniversario del terremoto che, il 6 maggio del 1976, mise in ginocchio il Friuli. L’Orcolat distrusse interi paesi, fece quasi mille morti e provocò lo sfollamento di oltre centomila persone: un vero e proprio evento spartiacque nella storia delle comunità friulane. A quei tragici fatti seguì, però, una stagione straordinaria, quella della Ricostruzione. Fu il vescovo di allora, mons. Alfredo Battisti a indicare, con coraggio, la chiara direzione da seguire: «Prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese», per consentire una ripresa sociale, economica e spirituale che ha rappresentato un esempio per il nostro Paese.

Per fare memoria di quegli eventi e della grande solidarietà che nacque da tante diocesi italiane, la Diocesi di Udine, la Provincia, la Regione e tutti i Comuni interessati dal sisma hanno promosso una serie di eventi che si snoderanno lungo tutto l’anno. Sabato 2 e domenica 3 maggio una delegazione trevigiana ha partecipato alle diverse iniziative promosse.

Per la nostra diocesi di Treviso, alla messa con il cardinale Matteo Zuppi, domenica, erano presenti il vescovo Michele e il vicario generale, mons. Mauro Motterlini, mentre don Bruno Baratto, direttore della Caritas diocesana, ha partecipato, il giorno precedente, al mattino, all’evento per ricordare i cinquant’anni di vita della Caritas diocesana di Udine, nata proprio in occasione del terremoto, pochi anni dopo la fondazione della Caritas nazionale: il convegno aveva per titolo “Servire. Dall’emergenza al coordinamento e all’animazione: 50 anni della Caritas diocesana”. Sono intervenuti, tra gli altri, Roberto Rambaldi, già vicedirettore di Caritas italiana, che nel 1977 fu obiettore di coscienza proprio nel Friuli terremotato, e don Marco Pagniello, direttore di Caritas italiana, che ha fatto il punto sul compito della Caritas nei contesti di emergenza. Accanto ai due interventi principali e a quello dell’arcivescovo di Udine, mons. Riccardo Lamba, ci sono state diverse testimonianze sull’esperienza di allora, ma anche sul percorso che ne è seguito. Fondamentali furono due intuizioni di mons. Giovanni Nervo, primo presidente della Caritas Italiana: l’avvio dei gemellaggi tra diocesi italiane e parrocchie terremotate, e la realizzazione di centri di comunità, perché nei paesi distrutti non mancasse un luogo di incontro e socialità.

Sempre sabato 2 maggio, nel pomeriggio, le comunità locali hanno accolto le delegazioni delle Diocesi gemellate con le proprie parrocchie. Dopo la visita ai luoghi della memoria e della ricostruzione, le delegazioni si sono incontrate con i membri delle comunità ecclesiali, concludendo con la celebrazione della messa vespertina presieduta dai Vescovi o dai loro delegati: mons. Tomasi ha incontrato la comunità di Tricesimo – gemellata con la Caritas di Treviso -, insieme ad Ettore Fusaro, direttore della Caritas nazionale per le emergenze. Un’occasione per ricordare, esprimere gratitudine per gli aiuti ricevuti e conoscere come oggi Caritas interviene nelle situazioni di emergenza. Mons. Tomasi ha condiviso i propri ricordi personali, avendo vissuto a Udine durante il periodo delle scuole medie, per via del lavoro del papà, dal luglio 1976 all’estate del 1979. Il Vescovo ha sottolineato il valore della memoria, personale e collettiva, comunitaria, perché “ciò che abbiamo vissuto, sofferto e poi anche ricostruito e rimesso in moto ci rende diversi e potrebbe renderci migliori – anche se non sempre è così – perché da soli non si diventa migliori”. Ricordando le figure diocesane che all’epoca resero concreto l’aiuto “istituzionale”, insieme a quello spontaneo di tanti giovani volontari, mons. Tomasi ha ricordato l’impegno di mons. Umberto Crozzolin allora direttore della Caritas diocesana, del vescovo Antonio Mistrorigo, “una Diocesi, la nostra, che ha avuto la possibilità di uscire dai propri confini, di uscire dal consueto e dall’abitudinario, per aiutare fratelli e sorelle vicini, per aiutare un’altra Chiesa”. Da qui la gratitudine del Vescovo: “Ci siamo riconosciuti nella piccolezza, nella debolezza, nella fragilità, di fronte a una catastrofe naturale. Ricordarci che siamo diventati amici nella prova e nella difficoltà ci rivela qual è la nostra vera grandezza: avere dentro quella capacità che nessuna intelligenza artificiale potrà mai simulare o sostituire – la compassione, la vicinanza, il saper piangere insieme e anche il poter gioire insieme, ciò che ci accomuna come esseri umani”. Mons. Tomasi, ringraziando per l’accoglienza, ha ricordato anche l’impegno di tanti amministratori dell’epoca, che hanno contribuito al “miracolo di ciò che c’è adesso. Grazie, perché avete mostrato che la politica e l’amministrazione sono arti nobilissime – e forse è proprio questo che dovremmo far vedere ai giovani oggi: quanto ci sia possibile fare, con la capacità, con l’amore, con la passione, con la competenza”.

A conclusione dell’incontro, il Vescovo Tomasi ha ricevuto in dono dal sindaco e dal parroco la medaglia della città. Infine, ha presieduto la celebrazione eucaristica con la comunità, nel duomo cittadino. Un’occasione per condividere, durante l’omelia (qui integrale) ricordi famigliari e per rendere omaggio alla figura del vescovo di Udine dell’epoca, mons. Alfredo Battisti, il quale, nella sua lettera pastorale del 1977, “individuava cinque segni concreti di risurrezione nella Chiesa friulana: una Chiesa che vince la paura – e dunque si riconosce come Chiesa di frontiera -, una Chiesa che vince le divisioni, una Chiesa che condivide i beni, una Chiesa che annuncia le meraviglie di Dio, una Chiesa perseverante nello spezzare il pane. Leggere l’evento del terremoto ha permesso alla Chiesa di cogliere i segni dei tempi e dei luoghi, di discernere cioè la realizzazione del piano di Dio nella storia, attraverso un’interpretazione approfondita e sapienziale della Parola. Battisti scriveva: «Il terremoto ci ha spinti a confrontarci con la Parola di Dio che non avevamo mai capito a fondo. Abbiamo riletto l’Esodo, i libri di Esdra, Neemia, Ezechiele, Isaia, Giobbe, e li abbiamo sentiti veramente attuali». La storia del popolo di Dio illuminava così i cammini di speranza del popolo friulano, allora come ora”. Ricordando i gemellaggi, Battisti scriveva: Il gemellaggio è l’amore che ritrova l’unità profonda tra Chiesa, Eucaristia e carità: si colloca nel cuore di questo mistero”.

“Anche noi ci collochiamo nel cuore pasquale di questo mistero, al centro della relazione vitale tra fede ed Eucaristia, carità fraterna e annuncio del Vangelo. Siamo una Chiesa che mostra il suo volto di comunione – ha sottolineato mons. Tomasi -: nel ricordo di un momento drammatico della storia di questa terra, dei mille morti e delle distruzioni, ma soprattutto nel ricordo dei semi di speranza che l’amore di Dio ha gettato in quel periodo. Che non vadano dimenticati; e che impariamo anche noi, nei tempi della prova, in un mondo frammentato e spesso incattivito, a essere portatori di uno sguardo di speranza: di quello sguardo che, nella comunione tra noi, fa splendere la bellezza del volto di Cristo nella storia degli uomini e delle donne. Affinché – l’auspicio del Vescovo – anche noi possiamo completare in noi ciò che manca alla forza storica, concreta e reale della risurrezione di Cristo”.

(Diocesi di Treviso)