“Il lavoro è la grammatica della società: lo strumento con cui le persone comunicano reciprocamente se stesse, e costruiscono quel dialogo buono che permette a tutti di crescere in armonia”, ma non tutti i lavori sono buoni, alcuni invece di costruire, distruggono. E’ una riflessione sul lavoro – che, fin dalla Genesi, contribuisce all’opera creatrice di Dio -, e sulla pace, quella che il vescovo, mons. Michele Tomasi, ha offerto nella sua omelia, alla messa del 1° maggio a Martellago, celebrata nella piazza del Municipio. Hanno concelebrato con mons. Tomasi i parroci di Martellago, don Matteo Gatto, e di Maerne e Olmo, don Alessandro Piccinelli, e il direttore dell’ufficio diocesano di Pastorale sociale e del lavoro, don Paolo Magoga.
A promuovere la mattinata per la Festa del lavoro, anche con il confronto tra il Vescovo e i giovani, le Acli provinciali di Venezia e Treviso, il circolo Acli di Martellago e Nuovi eventi, con l’adesione dell’Ufficio diocesano di “Pastorale sociale e del lavoro, giustizia e pace, salvaguardia del creato”.
Citando papa Leone, il vescovo ha ricordato che “la guerra si accontenta di distruggere – è un’attività umana, che però non può essere chiamata autenticamente «lavoro», perché non partecipa della bontà della creazione di Dio. Eppure, non sono pochi coloro a cui sembra che essa possa accrescere le possibilità di ricchezza e di lavoro, per esempio con la produzione degli armamenti necessari per alimentare i conflitti che oggi insanguinano il nostro mondo. E’ la logica del riarmo. La guerra genera distruzione, morte, inimicizia, problemi economici: precarietà nelle scelte dei popoli, povertà e diseguaglianze crescenti. La pace, invece, richiede uno sforzo continuo, pazienza e vigilanza: eppure, questo è «lavoro» vero, è partecipazione alla benedizione, alla benevolenza, alla lode di ogni opera buona compiuta secondo la volontà di Dio”.
“Chiediamo la capacità di discernere: di distinguere il lavoro buono – partecipazione all’opera di Dio – dall’opera che si affanna come se il Signore non esistesse, come se non agisse nella nostra vita, come se noi non fossimo fatti a sua immagine e somiglianza”, la riflessione di mons. Tomasi. “Chiediamo al Signore la forza e il dono di un lavoro buono: un lavoro che costruisce la città degli uomini; un lavoro che non partecipa alla distruzione, ma che rende le nostre città e le nostre società accoglienti, abitabili, degne; un lavoro che unisce le persone tra di loro; un lavoro che non crea lotte e divisioni, ma distribuisce la benedizione di Dio, così come egli l’aveva distribuita all’origine di tutte le cose; un lavoro che diventa costruzione di pace e non strumento di guerra”.
Al termine della celebrazione il Vescovo ha benedetto le persone presenti con i loro mezzi di lavoro, tra cui diversi trattori. Nell’auditorium SS. Salvatore, poi, il confronto con i giovani sul tema “Il lavoro e l’edificazione della pace”. Giovani preparati, che hanno proposto spunti di riflessione, portando dati e risultati di ricerche. I giovani, in particolare, hanno posto attenzione sulle azioni concrete e quotidiane nelle quali tradurre il messaggio della pace, in particolare con la scelta di servirsi delle banche che non investono nell’industria militare, e con la proposta della difesa civile non violenta del proprio Paese. Mons. Tomasi, riflettendo su questi temi, ha messo in luce il valore di una “difesa” popolare che si prenda cura di tutti, di una non violenza che è forza mite che reagisce al male con il bene. “Cercare vie di pace costa fatica, ma è la vera forza che possiamo scegliere di usare”. Ricordando che ci sono molti modi per agire in campo economico e finanziario, da parte dei cittadini, il Vescovo ha sottolineato la forza del “voto con il portafoglio”, suggerito dall’economia civile, per condizionare le aziende rispetto alle loro scelte strategiche, più o meno etiche.
Al rapporto tra le giovani generazioni e il mondo del lavoro è stata dedicata la seconda parte della riflessione, con la presentazione di una ricerca delle Acli e dell’Istituto universitario salesiano di Venezia, dalla quale emerge che a un lavoro “ideale” i giovani chiedono prima di tutto un buon guadagno, poi stabilità e continuità professionale; infine, che sia piacevole e interessante. “Non diamo giudizi morali sull’atteggiamento dei giovani rispetto al lavoro – ha chiesto il Vescovo – c’è una mancanza drammatica di orizzonti di lungo respiro sulla propria esistenza, sul loro progetto di vita. I giovani chiedono un lavoro buono, retribuito, in cui ci sia un percorso coerente, sapendo su cosa fondano il proprio impegno. Serve un nuovo patto sociale sulla definizione di lavoro, per una società nella quale le persone agiscono, si prendono cura, vivono la loro corporeità, ossia si incontrano, costruiscono una collaborazione anche con le macchine, senza essere sostituite da queste, usufruiscono di formazione continua, ma all’interno di una rete di protezione sociale”. Ricordando la questione demografica e il progressivo invecchiamento della popolazione, mons. Tomasi ha messo in luce la necessità di integrare e migliorare i sistemi di tutela e di welfare, mantenendoli e non smantellandoli, la necessità di governare i sistemi di produzione, che devono sempre essere rivolti alle persone, il fine ultimo.
“Disarmiamo il cuore, le coscienze e le nostre parole”, l’appello del Vescovo, per percorrere, tutti insieme, vie di pace nei nostri territori e negli scenari internazionali, senza tralasciare progetti concreti di sostegno e accompagnamento nelle terre di conflitto, a cominciare dalla Terra santa e dall’Ucraina: alla prima sono state dedicate le collette della messa del Crisma e quella del venerdì santo, quest’ultima in comunione con tutte le diocesi d’Italia, mentre con l’Ucraina ci sono dei progetti a livello di Chiese europee che riguardano l’educazione. La questione della pace è stata affrontata anche da don Paolo Magoga, che ha raccontato il ponte gettato dalla diocesi di Treviso con il Patriarcato latino di Gerusalemme e che riguarda la formazione professionale dei giovani.
