
Due luoghi francescani, due celebrazioni e un’unica consegna: imparare da Francesco d’Assisi a vivere il Vangelo nella piccolezza, nella cura dell’altro e nella ricerca della pace. È stato questo il filo che ha unito le celebrazioni presiedute dal vescovo Michele Tomasi sabato 3 e domenica 4 ottobre, rispettivamente al Santuario della Visione di Camposampiero, nel centenario della consacrazione della chiesa, e nella chiesa di San Francesco, a Treviso, per la festa del Patrono d’Italia, a 800 anni dal “transito” del santo.
A Camposampiero la memoria di san Francesco si è intrecciata con quella di sant’Antonio, in una giornata particolarmente significativa: ottocento anni fa, il 3 ottobre 1226, Francesco moriva alla Porziuncola; cento anni fa, nel 1926, veniva consacrato il santuario che custodisce la memoria dell’ultima permanenza di Antonio. “Oggi Francesco e Antonio ci raggiungono insieme”, ha sottolineato il vescovo, ricordando come Francesco avesse chiamato Antonio “frate Antonio, mio vescovo”.
Proprio la storia del Santuario della Visione, segnato nel tempo da abbandono, devastazioni e rinascita, è diventata per Tomasi immagine della vita delle comunità e della fede. Ci sono stagioni in cui “ciò che è santo sembra demolito”, ma “Dio non abbandona la sua casa” e sa ricostruire anche attraverso “la fedeltà semplice di un popolo che non dimentica”.
Il cuore della riflessione è stato però la piccolezza. Nel santuario imponente, ha osservato il vescovo, è custodita una piccola e povera cella: “Il Dio che i cieli dei cieli non possono contenere si è lasciato contenere in quella stanzetta”. È qui che si comprende la logica del Vangelo: Dio non si impone nella grandezza, ma si consegna nella fragilità.
Da questa prospettiva nasce anche la “consegna” del Santuario alla Chiesa di Treviso: non inseguire “un Dio grandioso e lontano”, ma riconoscere il Dio che bussa “nella piccolezza: in un bambino, in un malato, in un povero, in un anziano solo, in chi ci è affidato”. Ogni volta che si custodisce la vita fragile di un altro, ha ricordato Tomasi, “si rinnova in qualche modo la visione di Camposampiero”.
Dalla custodia alla pace. Domenica, nella chiesa di San Francesco a Treviso, il vescovo ha posto al centro della celebrazione proprio la capacità del Poverello di intervenire nei conflitti non con la forza, ma con una parola capace di disarmare gli animi. Ha richiamato l’episodio della lite tra il vescovo e il podestà di Assisi, che Francesco, ormai malato, volle affrontare componendo una nuova strofa del Cantico delle creature: “Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore”.
Il risultato fu sorprendente: il podestà si dichiarò pronto al perdono e il vescovo, riconoscendo il proprio temperamento incline all’ira, chiese a sua volta di essere perdonato. “Non c’è un vincitore e un vinto: c’è un abbraccio”, ha detto Tomasi. Francesco, senza alcun potere, aveva messo i contendenti davanti a Dio: “La pace non si impone, si offre”. Una lezione quanto mai attuale. “La grande vergogna” denunciata da Francesco riguarda anche il nostro tempo: le guerre che insanguinano popoli vicini e lontani, ma anche la polarizzazione del dibattito pubblico, le divisioni nelle famiglie, nei luoghi di lavoro e talvolta nelle stesse comunità cristiane. Francesco, ha sottolineato il vescovo, chiede di “non rassegnarci, di prenderci cura”, attraverso una parola evangelica, una preghiera, un gesto capace di riaprire lo spazio del perdono. “Ciò che le armi non ottengono, forse lo otterrà un canto”.
La celebrazione trevigiana, a cui hanno preso parte molte autorità civili e militari, ha avuto anche un particolare segno che coinvolge ogni anno la comunità civile. Durante la Messa, la sindaca di Paese, Katia Uberti, a nome dei sindaci dei Comuni della cintura di Treviso, ha offerto l’olio per la lampada che per un anno arderà all’altare di san Francesco. Un gesto affidato alla preghiera perché sia ristabilita la pace nei luoghi del mondo segnati dalla guerra e perché sia donato lo spirito di sapienza a quanti hanno la responsabilità di sovrintendere al bene della nazione, affidata alla protezione del santo di Assisi.
Così, tra la piccola cella di Camposampiero abitata da Antonio, e la chiesa trevigiana dedicata a Francesco, la festa del santo ha assunto un volto profondamente concreto: ascoltare la voce di Dio, custodire la fragilità dell’altro e trasformare il perdono in una forza capace di costruire la pace. Sono le tre grazie che il Vescovo ha affidato all’intercessione dei santi al Santuario della Visione – “la grazia dell’ascolto”, “la grazia della custodia” e “la grazia della speranza” – e che trovano nella figura di Francesco una sintesi luminosa.
