

Il Patriarca Francesco Moraglia ha questa sera benedetto ed inaugurato il ponte votivo che collega la riva dello Spirito Santo alle Zattere con l’isola della Giudecca per la solennità del Santissimo Redentore. Alla preghiera di benedizione hanno partecipato le autorità civili e militari della Città, in particolare il prefetto Darco Pellos e il sindaco Simone Venturini. Condividiamo di seguito l’intervento del Patriarca pronunciato dopo la benedizione sul sagrato della basilica palladiana del Redentore, dove presiederà domenica sera, 19 luglio, la Messa solenne per lo scioglimento del voto, di cui quest’anno ricorre il 450mo anniversario.
«Abbiamo appena “inaugurato” il ponte che ci ha condotti alla basilica del Redentore per assolvere, anche quest’anno l’antico voto: è la 450esima volta da quel fatidico 1576.
Ma non può sfuggirci il significato simbolico che questo gesto ha nel tempo dell’Intelligenza Artificiale e della comunicazione digitale. Oggi l’impegno è costruire ponti di “empatia” fra gli uomini: questa è la priorità per costituire o ripristinare veri rapporti umani.
La domanda che ci interroga e che si pone prima di ogni altra è: come è possibile, come si può riuscire a costruire questi ponti? Di fronte alle crescenti fratture personali, familiari, sociali e al diffondersi dell’Intelligenza Artificiale, come possiamo parlare una lingua capace di empatia e che esprima una intuizione creativa e una buona coscienza? Come esprimere un linguaggio in grado di suscitare in chi ci ascolta sane emozioni e rispetto, al di là dei comuni interessi e dei personali tornaconti?
Cosa può infrangere la barriera dell’incomuni
cabilità e costruire relazioni umane autentiche, non solo funzionali a interessi di parte? Come possiamo fare per abitare di nuovo in modo umano un tempo dominato dagli algoritmi e dal digitale? Tutto ciò, infatti, richiede un’educazione che non è dato improvvisare e che, anzi, si costruisce su basi antropologiche ben precise, elaborando un sapere capace di una sana critica.
Ma ritorniamo alla domanda da cui siamo partiti: come potremo rapportarci in termini di vera fratellanza? Come riconoscere l’altro nella sua dignità personale? Come considerare la persona al di là del suo aspetto esteriore, del ruolo sociale o del valore economico-finanziario che esprime?
Qui è in gioco non la Babele dei differenti linguaggi umani, ma un’incomunicabilità più profonda, quella dei cuori.
Questa è la vera Babele che potremo superare solo se saremo convinti che la fraternità viene dopo qualcosa che la precede e che è la comune figliolanza, ovvero il riconoscersi tutti figli dell’unico Padre. Se non ci impegneremo ad incontrare il comune Padre, allora non riusciremo mai a chiamarci e, soprattutto, a riconoscerci fratelli.
Inaugurando il ponte votivo della festa del Santissimo Redentore, ricordiamo la parabola del padre misericordioso e dei due figli che Gesù racconta nel Vangelo.
Tutti conosciamo il rifiuto che il figlio più giovane ha nei confronti del padre e il suo conseguente abbandono della casa paterna per inseguire il proprio progetto di vita. Ma anche il figlio maggiore – saputo del ritorno del fratello e dell’accoglienza riserva tagli dal padre – a sua volta rifiuta il padre.
La parabola è chiara: la mancanza di fratellanza, il rifiuto di riconoscersi fratelli e l’avversione reciproca nascono dalla comune figliolanza negata, smarrita, rifiutata. Dio Padre non riconosciuto come tale e la comune figliolanza rifiutata producono una fratellanza fratturata e negata che produce ulteriori divisioni, ferite e solitudine.
La festa del Santissimo Redentore ricordi a ciascuno di noi che costruire un’umanità fraterna richiede di riscoprire le radici di un’umanità che si riconosce proveniente da una comune e divina paternità».
