
“Nell’Urss il passato non era una narrazione fissa, stabilita, ma uno strumento politico”. È da questa consapevolezza maturata durante l’infanzia in Ucraina che Sergei Loznitsa parte per raccontare “Imperium”, il film presentato all’83/a Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e costruito interamente attraverso immagini d’archivio. Il regista ucraino torna così sull’Unione Sovietica degli inizi degli anni Settanta, nel pieno dell’epoca brezneviana, attraverso un patrimonio cinematografico italiano rimasto a lungo inedito. «Forse è per questo motivo che le immagini d’archivio occupano un posto centrale nel mio lavoro – spiega Loznitsa –: esse conservano tracce tangibili di ciò che è realmente accaduto, indipendentemente dalle interpretazioni o dalle distorsioni successive».
Il progetto nasce dall’incontro con materiali conservati negli archivi italiani. Nel maggio 2024 Loznitsa ha visionato alcuni estratti delle riprese e ne è rimasto colpito, in particolare per la distanza dalla tradizionale rappresentazione propagandistica dell’Unione Sovietica. Da quel momento è iniziato un lungo lavoro di visione e montaggio, con nuovi materiali ricevuti progressivamente dal regista. «Avevo l’intuizione che dentro questa enorme mole di materiale si nascondesse il mio film, ma non avevo idea di quale film fosse», racconta. Le immagini sono diventate progressivamente episodi autonomi, fino a comporre un viaggio attraverso il territorio sovietico e le sue molteplici identità.
Il film utilizza materiali girati tra il 1970 e il 1973 da una troupe di cineasti italiani guidata dall’antropologo e musicologo Diego Carpitella. Nel gruppo figuravano, a vario titolo, anche Folco Quilici, Luigi Di Gianni, Giorgio Arlorio, Giuseppe Ferrara, Rudi Assuntino e Gianni Bonicelli. Dall’Oceano Artico ai Carpazi, dal deserto del Karakum alle repubbliche caucasiche di Georgia, Armenia e Azerbaigian, fino all’Uzbekistan, al Tagikistan e al Pacifico, Imperium attraversa una geografia vastissima. Al centro ci sono soprattutto le persone: la vita quotidiana, i volti, le tradizioni, i riti, le culture e le diverse etnie che abitavano le repubbliche sovietiche. «La cosa principale di questo materiale è la diversità», osserva Loznitsa, sottolineando come lo sguardo italiano abbia intercettato la varietà culturale di popolazioni costrette a convivere sotto un unico dominio ideologico.
Il percorso del film segue anche una precisa struttura geografica e simbolica. «È un film viaggio», spiega il regista. «Partendo da Mosca, il posto centrale, ci inoltriamo nell’Asia centrale, proseguendo per il Caucaso e l’Ucraina, oltre i confini di Mosca, per concludere nei Paesi baltici e ritornare di nuovo al centro». È proprio il rapporto tra centro e periferie a costituire uno degli elementi fondamentali dell’opera. Secondo Loznitsa, man mano che le immagini si avvicinano al centro del potere sovietico diventano più evidenti i segni del controllo politico, mentre nelle diverse repubbliche continuano a emergere tradizioni e identità locali.
Il regista rivendica inoltre la peculiarità di un materiale realizzato da una troupe straniera in un Paese sottoposto a un rigido controllo delle immagini. «È stato un miracolo che una troupe da un altro Paese, un Paese libero, sia stata autorizzata a entrare in Unione Sovietica e a filmare in ogni angolo remoto di questo Paese», sostiene. Per Loznitsa, la relativa libertà di queste riprese permette di osservare una realtà diversa da quella consegnata dai repertori ufficiali. Nel corso dell’intervista il regista ricorda, a questo proposito, quanto fosse stringente il controllo sulla produzione documentaristica sovietica e cita il caso delle riprese del funerale della poetessa Anna Achmatova, realizzate dal regista Semyon Aranovich, che gli costarono il licenziamento. “Imperium” diventa così anche una riflessione sui meccanismi della propaganda, della censura e della costruzione della memoria. «Un approccio rigoroso alla storia è essenziale se vogliamo evitare di ripetere gli errori del passato», afferma Loznitsa, indicando questo principio come uno dei fondamenti del proprio lavoro artistico.
Il progetto è stato reso possibile dalla collaborazione tra tre importanti istituzioni italiane: Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico (Aamod), Archivio Luce Cinecittà e Cineteca Nazionale. Per la prima volta i tre archivi hanno lavorato insieme al recupero, al restauro e alla digitalizzazione del fondo. Il patrimonio comprende 482 rulli di pellicola 16mm a colori, per quasi 60 ore complessive di girato. Gran parte delle registrazioni sonore originali è andata perduta. Per il film Loznitsa ha quindi costruito un paesaggio sonoro interamente in post-produzione, ricreando rumori e suoni con l’obiettivo di restituire alle immagini una dimensione immersiva.
La pellicola è promossa da Aamod ed è frutto di una coproduzione europea che coinvolge Germania, Italia, Francia e Lituania, con Essential Film, Kino Produzioni, Rai Cinema, Luce Cinecittà, Cineteca Nazionale, Société Parisienne de Production, Arte France e Studio Uljana. La distribuzione internazionale è affidata a Coproduction Office.
Nel confronto con l’attualità, Loznitsa lega la riflessione sul passato sovietico alle dinamiche del potere contemporaneo. Secondo il regista, le tecniche di propaganda e di trasformazione della società attraverso quella che definisce «ingegneria sociale» hanno lasciato conseguenze profonde nella Russia contemporanea. «Il regime di oggi ha lo stesso compito di quello che aveva il regime di Stalin, ovvero trasformare lo spazio secondo i propri scopi», afferma, riferendosi alla Russia di oggi. Un giudizio che il regista estende al rapporto tra autoritarismo, società e responsabilità individuale.
Nel corso dell’intervista affronta anche la questione degli artisti russi dissidenti e delle polemiche sulla loro presenza nei grandi festival internazionali. Loznitsa mette in guardia dal rischio di trasformare l’appartenenza nazionale in una forma di responsabilità collettiva: «Una persona è responsabile per ciò che accade solo in base all’appartenenza alla propria etnia o in base al passaporto che possiede?». Per il regista, il principio da difendere resta quello della responsabilità individuale. Le polemiche sulla cultura, sostiene, rischiano inoltre di spostare l’attenzione dalle questioni politiche ed economiche più ampie. Con “Imperium”, Loznitsa affida dunque alle immagini il compito di interrogare la memoria. Non un semplice ritorno al passato, ma un viaggio attraverso un territorio nel quale la propaganda ha cercato di imporre una narrazione unica e nel quale, dietro quella narrazione, continuavano a vivere culture, lingue, tradizioni e identità differenti. «Il viaggio che offro a voi – conclude il regista – deve trasformare voi. Non sono io il demiurgo: siete voi a dover cambiare». (di Paolo Martini)
