
“Gesù oggi ci dice che cosa sia davvero la volontà del Padre. Non la volontà di prendersi i nostri cari, né di metterci alla prova con il dolore. La volontà di Dio è la vita: che chi crede nel Figlio abbia la vita eterna, e sia risuscitato nell’ultimo giorno”. È attorno a questa certezza che il vescovo Tomasi ha sviluppato la sua omelia nella celebrazione eucaristica del 2 novembre, in Cattedrale, nella Commemorazione di tutti i fedeli defunti. Una parola di speranza, che invita a guardare alla morte non come all’espressione di una volontà divina incomprensibile, ma alla luce dell’amore di un Padre che desidera la vita per i suoi figli.
Di fronte alla morte di una persona cara, ha osservato il Vescovo, può accadere di attribuire alla volontà di Dio il dolore e la fatica che stiamo vivendo, quasi che la perdita fosse una sua decisione o una prova da accettare. Ma il Vangelo offre una prospettiva diversa. Gesù dice che la volontà del Padre è “che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato”, e promette la risurrezione nell’ultimo giorno. “Quando diciamo «sia fatta la tua volontà» – ha sottolineato Tomasi – non ci rassegniamo alla morte: chiediamo che si compia questo desiderio di Dio, che i nostri cari vivano per sempre”.
C’è una parola, in particolare, sulla quale il Vescovo ha invitato a soffermarsi: non soltanto “nessuno” vada perduto, ma “nulla”. Non va perduta la persona, ma neppure tutto ciò che essa è stata e ha vissuto: “Gli affetti, le fatiche, il lavoro delle mani, il bene fatto in silenzio, perfino le lacrime”. Ogni frammento di vita è custodito da Dio. Una promessa che riguarda tutti i defunti, “i più vicini e i più lontani, quelli che continuiamo a piangere e i dimenticati, i buoni e i meno buoni”, perché, ricorda Gesù, “colui che viene a me, io non lo caccerò fuori”.
Questa volontà di Dio di non perdere nessuno trova la sua manifestazione più piena in Gesù Cristo. Richiamando le parole di san Paolo, il vescovo Michele ha ricordato che “Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi”. Non un amore riservato a chi è perfetto o meritevole, dunque, ma un amore che raggiunge l’umanità nella sua fragilità, nella debolezza e persino nella lontananza da Dio. “Sulla croce la volontà del Padre di non perdere nulla prende un volto, delle mani, un cuore trafitto”.
È questa la ragione per cui possiamo affidare a Dio i nostri defunti e pregare per loro, consegnandoli a un amore “più forte di ogni nostra mancanza”. La speranza cristiana non si fonda sulla perfezione delle persone, ma sulla fedeltà di Dio, che ci ha amati per primo e non ci abbandona neppure nell’ora della morte.
Anche la prima lettura, con le parole di Giobbe, ha offerto uno spunto importante di riflessione. Il desiderio di incidere per sempre sulla roccia le proprie parole richiama quello che accompagna la memoria dei defunti e che si esprime anche nei nomi scolpiti sulle lapidi. Ma la pietra si consuma, i nomi diventano illeggibili e la memoria umana è fragile. Giobbe, tuttavia, trova una certezza più grande: “Io so che il mio redentore è vivo”. Non è più la roccia a custodire la speranza, ma una persona. E l’incontro promesso sarà personale, faccia a faccia.
È la promessa di Gesù, che dona la vita eterna a chi crede in lui. Una vita che, ha ricordato il Vescovo, comincia già nel presente, ogni volta che con gli occhi della fede riconosciamo in Cristo il volto del Padre, e che si compirà nell’incontro definitivo con il Signore: “Sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi”.
Al termine dell’Eucaristia, il Vescovo è sceso nella cripta della Cattedrale per pregare presso le tombe dei vescovi che hanno guidato la nostra Chiesa di Treviso. Un gesto di riconoscenza per quanti, nel corso del tempo, hanno ricevuto e trasmesso il dono dello Spirito, mantenendo la Chiesa locale in comunione con gli apostoli e con Cristo. Ma il loro servizio, ha precisato Tomasi, non si è limitato a custodire la successione apostolica: sono stati testimoni della fede di tutta la Chiesa, di un popolo chiamato a ricevere, vivere, celebrare e annunciare il Vangelo.
Le tombe sono state asperse con l’acqua benedetta, richiamando il Battesimo che ha fatto di tutti i cristiani figli nel Figlio e fratelli e sorelle tra di loro. Un gesto che ha assunto un significato particolare per il vescovo Michele, consapevole di proseguire il cammino dei suoi predecessori: “Anche a me è stato dato un popolo da non perdere”. Pastori e fedeli, ha ricordato, appartengono a un’unica famiglia, “nata dallo stesso fonte battesimale, edificata sullo stesso fondamento degli apostoli e diretta alla stessa meta”.
Da qui la richiesta di pregare per i vescovi defunti e anche per lui, perché possa servire con fedeltà il tempo che il Signore gli concede. Infine, l’affidamento alla Vergine Maria, perché accompagni i defunti e i vivi nel cammino verso il Signore, “che è la gioia senza fine”.
