
Una cattedrale gremita, una comunità diocesana riunita nella preghiera e nella gioia ha accompagnato oggi l’ordinazione presbiterale di don Maurizio Castellan, don Luca Fecchio e don Francesco Tesser. La celebrazione, presieduta dal vescovo Michele, e concelebrata da molti sacerdoti, ha visto la partecipazione di familiari, amici e fedeli provenienti dalle parrocchie di origine e dalle comunità in cui i tre giovani hanno vissuto il loro percorso di formazione e servizio.
Nella solennità della Santissima Trinità (“Un dono nel dono”, vivere la propria ordinazione in questa festa), mons. Tomasi ha sviluppato la sua omelia ripercorrendo le parti del rito e focalizzando l’attenzione sul tema della comunione, indicando nella vita stessa di Dio, “comunione eterna ed insuperabile di amore tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo”, il modello e la sorgente del ministero sacerdotale.
“Preghiamo affinché possiate essere sempre strumenti di riconciliazione, di comunione e di pace”, ha detto il vescovo rivolgendosi direttamente agli ordinandi. L’omelia ha sottolineato che il fondamento della vocazione sacerdotale non risiede nelle capacità personali, ma nell’amore gratuito di Dio e nell’azione dello Spirito Santo: “L’amore di Dio è il fondamento della vita e dell’esistenza di tutti e di ciascuno, il suo amore gratuito ed incondizionato è fonte ed origine di ogni bene che possiamo fare, sempre e soltanto con il suo aiuto”. Lo Spirito di Cristo risorto, “che sorregge e guida la Chiesa intera, e che è all’opera nella storia dell’umanità intera, non mancherà mai di sostenervi”.
Ma il dono dello Spirito “va invocato, accolto, custodito, dobbiamo lasciargli lo spazio ed il tempo per agire in noi; va condiviso e ridonato, senza riserve, assieme alla nostra stessa vita”, ha ricordato il Vescovo. “Non sarete mossi e nemmeno sostenuti dalle vostre idee, o prospettive, o sogni, o progetti, ma dall’ascolto fedele e costante della Parola di Dio”, ha affermato, ricordando come il ministero nasca dall’iniziativa divina e sia continuamente sostenuto dalla grazia.
Particolarmente significativa la riflessione dedicata al rito dell’imposizione delle mani, gesto centrale dell’ordinazione. Il vescovo lo ha definito una “silenziosa ed eloquente attestazione” che la vita del presbitero è anzitutto dono ricevuto. Un dono che accompagnerà i nuovi sacerdoti nelle gioie del ministero, ma anche nei momenti di fatica, di incomprensione e di solitudine. “Nessuno potrà togliervi il dono dello Spirito”, ha ricordato.
Uno degli accenti forti dell’omelia è stato posto sulla fraternità sacerdotale. Rivolgendosi ai nuovi ordinati e ai presbiteri presenti, il vescovo ha insistito sulla necessità di custodire la comunione all’interno del presbiterio (“la compagnia che il Signore ci mette a disposizione per poter affrontare le fatiche e per assaporare l’esistenza della vita da presbiteri.”): “Il dono è fatto a tutti i presbiteri insieme, a favore di tutta la Chiesa. A tutti loro è donato e chiesto di prendersi cura gli uni degli altri. Mai da soli e – Dio non voglia – mai gli uni contro gli altri”.
Mons. Tomasi ha inoltre richiamato il rapporto tra il vescovo e i suoi collaboratori, definendolo una responsabilità reciproca fondata sulla grazia. “Il vescovo assume la responsabilità di non lasciar da soli i suoi collaboratori”, ha detto, chiedendo a sua volta la loro preghiera.
Nessuno, ha ribadito il vescovo, è estraneo alla missione che oggi viene affidata ai nuovi sacerdoti: “Tutta la comunità dei fedeli partecipa a questo segno silenzioso – l’imposizione delle mani – e alla preghiera che segue. Nessuno è escluso dalla missione del presbitero per la Chiesa, tutti sono chiamati a prendersi cura della comunione e della concordia dei ministri ordinati tra di loro. Nessuno, vedete, è escluso dal dono. Nessuno è escluso dalla responsabilità della cura reciproca. Nessuno è escluso dalla missione della Chiesa. Ciascuno vi partecipa secondo le sue caratteristiche e per quanto il Signore gli chiede. E sono i fedeli concordi che confermano la preghiera elevata a Dio”.
Gli applausi che hanno accompagnato la lunga processione finale testimoniano la gioia di una diocesi che accoglie nuove vocazioni come un segno di speranza. Una festa per tutta la nostra Chiesa, chiamata a camminare insieme nella comunione che, come ha ricordato il vescovo, riflette la stessa vita della Trinità.
